Ho sempre detto che il peggior film di Woody Allen vale sempre comunque di più della miglior commedia italiana dell’anno. Confermo. Oramai per me il modo di muoversi, di esprimersi, gli stessi tic verbali e l’ironia dei personaggi alleniani costituiscono nell’insieme un mood, un modo di esistere che mi ha sedotto talmente tanto da trasformarmi, da tempo, in una sfigata Cecilia di provincia, come la protagonista imbranata della Rosa purpurea del Cairo. Che se prima poi pensavo che Woody Allen scegliesse i protagonisti delle sue storie in base a delle affinità, per sensibilità affini, ho poi capito, in tanti anni e tanti film, che è molto più di questo. Allen è un perfido demiurgo che riesce a trasformarti la vita come il modo di recitare di molti dei suoi attori, se non ci credete andatevi a rivedere Antonio Banderas o un Xavier Barden trasformati in suoi seducenti alter ego, con gli stessi inevitabili lamenti di prepuzio tipici di certa comicità ebraico-americana ( John Cusack di Pallottole su Broadway è in questo senso l’aler ego più riuscito e impressionante).
Per cui ho amato anche questo Midnight in Paris, più lieve degli ultimi film, una specie di racconto ovattato e leggero del sogno di un lettore, di un lettore medio. La verità è che ho bisogno di rituffarmi nella fabbrica di sogni che Woody Allen riesce a produrre, ogni anno, con metodica passione ed intelligenza. Di quelle cose che fanno parte di me, consapevolmente, come quel windsor bianco su fondo nero con cui mi riconosco sin dai titoli di testa.
La battuta dell’anno c’è ma non ve la dico.