Archivio mensile:agosto 2007

Una vita da leonessa

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Qualche tempo fa, diciamo forse 2 anni fa, mi è capitato di sorprendermi arrabbiata con una collega, per una frase pronunciata con ingenua gentilezza, una cosa del tipo “ma anche tua amica è una tipa giovanile come te?”. Altri tempi, forse una fase di passaggio, perché da qualche tempo non mi pongo più il problema. Ho capito, un paio di mesi ed entro nel secondo lustro dei 30. Sono marcia. Matura forse non lo sarò mai.

Ti accorgi che non sei più giovane da piccoli particolari insignificanti, come le canzoni che tu ami e che non corrispondono neanche a quelle dei più attenti giovani appassionati di musica, oppure non so le cavolate sugli attori, sui film. Tipo se parlo a mia cugina che ha 25 anni, in quelle oziose situazioni da barca, e devo indicare un alto coefficiente di figagine maschile da spiaggia mi viene, non so, spontaneamente una citazione scontata quasi naturale, tipo “Un mercoledì da leoni” e lì scatta il cortocircuito generazionale, perché mia cugina Alessandra, tipa svelta e simpatica, anche accondiscendente con la mitica cuginona, proprio non sa che cavolo di film sia “Un mercoledì da leoni”, non sa cosa vuol dire avere inseguito, anche in questa provincia dell’Impero, il sogno di giovani e abbronzati californiani, non conosce il battito emozionato di vedere indossati i primi costumi sundek da giovani surfisti.
La morale insomma è questa, invecchio ma come direbbe Allen: “si vive una sola volta. E qualcuno neppure” .

Venezia? Dopo Galli della Loggia, la Zenobi

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Molte persone sostengono che il passaggio da questa vicenda al piccolo schermo sarà breve. Lo crede possibile?
Oggi, passare dalla cronaca alla televisione è una realtà di fatto. Oserei dire ‘purtroppo’ in alcuni casi e ‘per fortuna’ per altri.
Ha già ricevuto proposte?
Sì, mi hanno proposto di andare al Festival di Venezia in qualità di inviata per Canale Italia, l’emittente nazionale che trasmette anche sulla piattaforma satellitare di Sky. Dovrei partire questa settimana…
Pensa di avere i numeri giusti per affrontare quel tipo di professione?
Credo di avere un gran potenziale e non sono l’unica a sostenerlo. Tutte le persone che mi conoscono mi dicono di avere una buona dialettica, di essere simpatica e brillante, di avere una buona cultura. Sono una persona dinamica, autoironica, solare. Convivo con una grande malinconia che però, a dire degli altri, passa inosservata. Forse, allora, tra i miei meriti c’è anche quello di coprire con un sorriso un diverso stato d’animo
Fonte: Dagospia
L’Italia di sempre nel fetido specchio della Laguna: nani e ballerine. Niente da obiettare, adoro tutto questo. In un paese migliore, alle volte, credo che mi sentirei molto a disagio.

Tutti bravi a parlare di cinema, eh?

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In un vecchio dialogo, credo di Ecce Bombo di Moretti (ma veramente non sono sicura e anzi apprezzerei se qualcuno me lo confermasse), Michele Apicella seduto in macchina si arrabbia ragionando con un amico di cinema, chiedendosi nevroticamente il perchè tutti vogliano parlare di cinema, tutti anche che so gli ingegneri, gli economisti e addirittura gli editorialisti del Corriere. Ora ho appena finito di leggere l’articolo di Ernesto Galli della Loggia (e che nome complicato secondo me, lo sostengo da tempo, è solo uno pseudonimo per mettere in soggezione i lettori), comunque questo Signore scrive un articolo in apertura al Festival del Cinema di Venezia. Già sul titolo ” il paese del cinema” stenderei un velo, ma passiamo avanti: l’articolo citato prende in considerazione l’autobiografia di Carlo Lizzani “Il mio lungo viaggio nel secolo breve”, bravissimo regista che da qualche anno, dalla sola di Celluliode diciamo, non fa altro che autobiografarsi in forme narrative differenti. L’assunto è semplice:che l’Italia che si è raccontata e costruita culturalmente e letterariamente attraverso il suo cinema ( e cioè che ha mangiato retorica di stato attraverso pane e pizze) non esiste più e dunque il cinema non è più in grado di raccontarla. Ora già questa considerazione abbastanza scontata di per se non si merita, a mio modesto avviso, una pagine per l’apertura del festival, ma quello che più mi disturba è l’accostamento forzato (e consiglio a tutti di leggere l’articolo in questione) tra questa storiellina della critica arciconosciuta e il cinema americano. Ora che il Dottor Professor Ernesto Galli della Loggia mi venga a raccontare dove non c’è più il popolo e la politica svanisce, il cinema italiano scopre quanto sia arduo l’abbandono del populismo e l’approdo alla democrazia, quell’approdo che da sempre, invece, è connaturato al cinema americano con la sua potente disposizione allo straordinario, all’avventuroso, e insieme al quotidiano, con la semplicità della sua ispirazione etica, con il suo favore per il punto di vista dell’uomo comune contro ogni intellettualismo mi sembra veramente inaccettabile.

Il cinema americano così come la grande letteratura (mi viene in mente Roth chissà perché tra tanti), almeno quello che amo e riconosco come tale, è sì popolare (non populista) e democratico ma solo in quanto racconto epico di un tentativo di integrazione mai completamente riuscito, sempre rimandato, respinto, è la forza che spinge intere razze, popoli, identità, culture a tentare di integrarsi in una democrazia che fatica a riconoscere l’altro. E quindi è insieme americano e antiamericano, passi questa cosa. Per quanto riguarda il cinema aperto, il racconto avventuroso, è vero che che fa parte della tradizione americana, del resto come naturale espressione e trasposizione dei suoi spazi reali, delle sue ipertrofiche dimensioni, sconosciute a noi europei. Ma come stile di racconto non è che lo sviluppo di un antico cinema italiano epico alle origini del muto. Per il resto invece, per come la vedo io almeno, il cinema americano è business, squallido o divertente business, a seconda dei punti di vista, tirato su a forza di indagini di mercato e di gradimento degli spettatori.

Questo io lo scrivo magari peggio, ma sicuramente con più passione per il cinema. Che poi voglio dire io lo scrivo qui, dove ci sono solo buoni amici che mi trattano bene, non è che pretendo di farlo sul Corriere.

Errata corrige: Questo pezzo è nato sotto una cattiva stella, è evidente che la loggia porta sfiga (lo si vede dall’andazzo dell’economia del resto) e comunque torno per dire che Lizzani qualcosa di nuovo l’ha pur fatta “Hotel meine”, che a quanto pare ha ottenuto plauso incondizionato della critica. E’ che con questi giovani registi, non fai in tempo a parlare che loro già si sono inventati qualcosa di nuovo.