Archivio mensile:settembre 2010

Potature

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Ho tagliato rami socialsecchi da fb. Uno in particolare, degli altri ramoscelli non vale neanche la pena parlarne. In ogni caso pochi per carità, che poi a far ricrescere il verde ci vuole un sacco di tempo, un po’ come il giallo dei miei capelli, che c’è voluto un anno e tanta tanta pazienza per ritrovarli e ritrovarmi e poi ricominciare a nascondermi.
E comunque quello che ho fatto era necessario. L’ho tolto di mezzo. Non si capisce davvero perché continuavo a intrufolarmi nella sua vita, lasciandogli la possibilità di fare lo stesso con la mia. In realtà non si capisce neanche cosa c’entravo prima io nella sua, ma, in fondo, a suo tempo, il bello del gioco era pure quello.
Non ho alcun livore. Ho fatto in tempo a togliermi tutte le curiosità, sfogare la mia rabbia, divertirmi a tuzziularlo, discuterci di tutto e niente, mandare lui/lei l’altra a fare in culo come sempre per le mie/sue ipocrisie. Insomma mi sono concessa il lusso dei risorti (che magari, vai a sapere, mica erano risorti solo Cristo e quel coglione di Patrick Swayze. Puo’ essere invece che solo loro avevano tanta voglia di farsi vedere dopo la morte), qualcosa di simile al mi piacerebbe morire e vedere cosa fanno le persone a me care. Ecco un po’ così, accarezzata l’ala della sua stupidità e anche della mia, della sua banalità e un po’ meno della mia, non c’era davvero più niente di attraente né per me, né spero per lui.
Ora siccome questo non è un post livoroso dico subito quello penso, che poi era anche uno status, di quelli finti speculativi e invece altamente autobiografici su facebook, chissà poi perché capita più raramente che ci disgustino i nostri amori.
Capita raramente, ma capita.
A me è capitato con lui.

Sigarette

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Ai Quartieri le ho comprate anche sfuse. E davvero il sapore di quelle Marlboro era diverso, diverso come il senso di quella ribellione un po’ tardiva che mi aveva portato a vivere al di fuori di ogni schema accettabile per la mia famiglia. Ma la convivenza è il modo più sbagliato per rivendicare un’autonomia e questo l’ho capito poi.
Poi c’erano quelle da dieci. Oddio che orrore, come quelle che per sbaglio ho comprato oggi. Quasi come la macchinetta del caffè per una tazzina. Eppure questi pacchettini, me lo ricordo ancora, scandivano il tempo di preparazione degli esami all’università, della tesi.
Amo il pacchetto da venti delle sigarette, quel rettangolo perfetto esercita su di me ancora un fascino adolescenziale. Di tutte le sigarette rubate a mia madre, dei primi pacchetti acquistati, della necessità della borsa. Una volta ricordo di aver letto una prefazione di Eco ad un libro di Lowell Edmunds sul martini. Esistono forme perfette perché la forma- in taluni casi- è anche simbolica.
Sono e sarò sempre una fumatrice.