Patrimonio

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Patrimonio era l’unico libro di Philip Roth che non avessi ancora letto. Per le prime ottantuno pagine mi sono chiesta di cosa si trattasse. Certo, c’erano tutti i temi dello scrittore americano: la morte, la malattia, la maturità, la vecchiaia, il milieu di Newark, la famiglia e soprattutto il ritratto intenso e commovente del padre, una sorta di icona generazionale, riconoscibile eppure originale nei pensieri e nei comportamenti, un silenzioso eroe di un’epopea moderna che nella prossima generazione dubito esisterà più. Però mi mancava il nodo, il tema, il movente narrativo che infatti arriva dopo una lunga introduzione ed è, come lascia già intendere il titolo del libro, il patrimonio (ho detto patri-monio non matri-monio)inteso come complicata ed irrisolta possibilità di eredità ed ereditarietà familiare.

Ci sono delle ragioni profonde per cui sento una sintonia speciale con il mondo interiore di Roth e forse non ho nemmeno una così profonda capacità di autoanalisi per affronare il discorso in forma indiretta.

Ma questo mi era capitato più di una volta nel corso della mia vita: mi ero rifiutato di permettere che le convenzioni determinassero la mia condotta solo per imparare, dopo che me n’ero andato per la mia strada, che i miei sentimenti di base erano a volte più convenzionali del mio inflessibile imperativo morale

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