La Storia

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Ogni tanto poi, in rete, arrivano anche quelle foto che non vorrei vedere mai.  Sono i morti di fame e di sete, morti viventi, quelli che qui-adesso-ora ma in un altrove ancora stranamente sconosciuto e vago, stanno soffrendo lontano da noi. Per quanto non mi piaccia guardarle, per quanto creda che ricercare l’effetto drammatico in rete per attirare l’attenzione sia di cattivo gusto (ma, probabilmente, lo è anche il mio gusto per alcune fotografie artistiche provocatorie in senso erotico), mi fanno riflettere su quello che con la nostra recessione dimentichiamo spesso: la banale, se volete, considerazione del fatto che ancora facciamo parte di un’umanità privilegiata.

Eppure io forse rinuncerei alla lamentela, alla paranoia querula o all’insensata rabbia verso tutti e nessuno se solo pensassi che ci troviamo in un tempo in cui le diseguaglianze si stanno riducendo, se avessi perlomeno l’intelligenza pronta per spaziare nel tempo,  per credere che gli attuali dislivelli di ricchezza e povertà sono solo la premessa di nuovi equilibri che includeranno anche zone del mondo ancora così drammaticamente depresse.

Se fosse così, se tutto fosse spalmabile in questo modo nell’orizzonte immenso della storia e del tempo, forse ci sentiremmo anche più egoisti di quanto non siamo a cercare di fermare un cambiamento ormai palese dell’asse del potere mondiale.

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