Poveri ricchi

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E’ da quest’estate che ripenso a certe riflessioni di Hemingway sui ricchi, su quanto alla fine possano sembrare noiosi al disincantato scrittore che è costretto a vendere la sua creatività al demone dell’inoperosità alto borghese della mondanità degli anni trenta. Ovviamente è un tranello: quello che conta di Hemingway, soprattutto per noi contemporanei, per noi porosi barocchi nello stile e nel pensiero, è la forma. Però mi è rimasto questo sospetto,  la consolante serenità di sapere che essere più o meno povera mi impedisce di coltivare il mito della noia, intesa come mancanza di entusiasmi e di sollecitazione agli stimoli. Perché -val bene sottolinearlo -ci si annoia anche da poveri, ma almeno ci si annoia per oggettiva mancanza non per assenza di risposta agli stimoli. Per cui ieri mi sono divertita ad ascoltare la De Gregorio e Francesca ReDavid che finalmente riconducevano il tracciato della vita delle persone di questo paese sui binari della normalità. Come se finamente ci si fosse svegliati dal lungo sogno di cartapesta, per cui gli sfigati non eravamo più noi, con tutti i nostri problemi e miseri stipendi, ma i ricchi  brutti, scemi e volgari e anche parecchio annoiati, tra panfili, finti amici  e giovani mogli con fratelli a carico. Come se per una volta io mi fossi rispecchiata in  una vita normale, normalmente difficile come tante, come se i ricchi, i loro giochi di potere, i loro lenti e agonizzanti riti sociali e mondani fossero ritornati nella pagina di una letteratura, una letteratura scadente, molto più scadente di quella di quella di quelle epoche che avremmo voluto vivere, purtroppo.

Così. Bisogna provare a vedere le cose in questo modo. Bisogna provarci ancora.

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