Archivio mensile:febbraio 2013

Sul finanziamento pubblico

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Va bene, ho un po’ di tempo per scrivere. Ma di cosa scrivo? Vorrei parlarvi di cinema, che sono cose belle e che per una serie di motivi professionali ho ricominciato a praticare. Ma a che serve? Ieri discutendo con un tipo, un giornalista dell’Espresso (non dirò giovane, non posso affibbiare la parola giovane a qualcuno solo perché è più piccolo di me), dicevo che non trovo ci sia nulla di male a lasciar morire il cinema in questo periodo (vale lo stesso per l’editoria, che senso ha il finanziamento pubblico ai giornali? Non sono mica poeti, panda in via di estinzione, i giornalisti hanno un mestiere che dovrebbe essere quello di cercare e approfondire le notizie, scriverle e saper incontrare il gusto del loro pubblico, dei loro lettori). E’ una vecchia storia; ho una visione piuttosto crudele e “liberista” al riguardo: in un momento di crisi economica lo stato, gli stati, dovrebbero scordarsi di pensare di finanziare alcuni settori della cultura. Il cinema in special modo e parlo di cinema  perché il cinema mi piace di più del mondo dell’informazione. Il cinema finanziato dallo stato, il cinema pubblico, non ha senso. Per questo a suo tempo non ho speso una parola una per difendere la condizione di abbandono e di crisi degli studi di Cinecittà. Studiare e rileggere la storia del cinema è un’esperienza che ti arricchisce di episodi epici, di miti, di eroi che hanno molto a che fare col genio e ancora di più il concetto di impresa.  L’idea di proteggere il cinema produce mostri, in Italia mostri clientelari o amici degli amici, roba da giri insomma. Il cinema è quella cosa che nasce, si sviluppa  sulla genialità creativa di alcuni. E per geniale intendo anche la capacità di interrogare sogni, dimensioni infantili, delirio di grandezza, furbizia di business. Del cinema amo questa contaminazione. E quando si spengono le luci in sala, beh, vuol dire che mala tempora currunt, e ben venga che sia così, che altrimenti si tratta di subdoli inganni perpetrati ai danni di un popolo a cui si vuol far credere che va tutto bene, quello dei telefoni bianchi, per intenderci.

Ora mi darete della grillina o gallina, che suona meglio? Non so, nel qual caso potrei dire lo sono sempre stata a mia insaputa, come quel tipo lì. Ho voglia di vedere un po’ di sangue scorrere e non nelle retrovie della esistenza-sopravvivenza ma nella fascia protetta di allevamento del mondo della cultura, quella dove quei grassi tacchini parassiti si acquattano e non solo non riescono a volare o a farci volare ma non riescono nemmeno più a camminare con le proprie zampe.

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Sulla delusione, sul movimento e su quello che mi riguarda sempre meno

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C’è stato un momento, adesso non ricordo bene quale, forse quello in cui ho deciso di mettere al mondo mia figlia, comunque c’è stato un momento in cui mi sono sentita centrale nel progetto di vita non solo mio, ma di questo Paese. Devono essere passati secoli perché non mi ritrovo più in questa realtà e non perché mi ostini a guardare come degli extraterrestri le pecorelle di Grillo,  la cui vita politica è tutta da inventare o da costruire passo dopo passo nella prassi o pratica che dir si voglia, ma per queste nuove generazioni di intellettuali, giornalisti, maîtres à penser, gente come Andrea Scanzi che ieri ha ripetuto per dieci volte il termine “scillipotizzazione” come se si trattasse di un neologismo dantesco, o come Saviano che per la fretta di battere poche paroline rassicuranti per i suoi amichetti su twitter fa una figura di merda di gettata colossale. Non mi riconosco in questo tempo anche per questi nuovi dirigenti della sinistra che, per come la vedo,  valgono anche meno dei loro predecessori. Non mi riconosco nei Renzi e già facevo fatica ad accettare Bersani. Posso solo dire, a questo riguardo,  per certe esperienze vissute e per cose lette già da qualche anno, che forse la classe dirigente di sinistra avrebbe potuto capire meglio e prima questo fenomeno, avrebbe potuto far entrare certe idee in maniera meno fasulla di quanto ha fatto poi. C’erano persone che potevano guidare questo tempo, sono state tenute da parte.

Invece posso dire che riconosco solo il mio avversario.  Con lui mi sento sempre al punto di partenza. Lui sì, sempre uguale a se stesso, nella metamorfosi continua dell’italiano furbetto e rocambolescamente trasformista. Riconosco quell’Italia uguale a stessa, che nonostante tutte le batoste, ha pensato di riuscire a spillare ancora qualche soldo rubando a piene mani dal proprio futuro. Riconosco quella minoranza che ancora vota PdL che per fortuna non siamo noi. Non sono quella parte più complessa della società che penso di rappresentare e non sono quella parte delusa e arrabbiata ma ingenua che si sente rappresentata da Grillo. Forse ho perso la mia centralità, forse non l’ho mai avuta ma credo davvero che oggi la sinistra possa accordarsi solo con il Movimento Cinque Stelle.

Credo che si debba ripartire da qui.