Warhol napoletano e foto di Marechiaro

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marechiaro

Sfido chiunque abbia visto una mostra di Andy Warhol, e in particolare questa mostra di cui avete tutti apprezzato l’affluenza turistica,  a non farsi accarezzare dall’ala della follia e della morbosità. In caso contrario è praticamente inutile che abbiate fatto la fila per vedere uno dei più merdosi allestimenti che questa città sia stata in grado di offrire all’artista americano. Comunque, non lo diciamo troppo, che altrimenti Bonito Oliva si offente. Invece, pensavo, che se c’è un fil rouge che lega Warhola a Napoli è esattamente questa sensuale e perversa estetica, questo senso dell’eccesso, questo gusto estremo per la riproducibilità e comunicabilità di un estremismo umano e urbanistico. Ladies and Gentlemen, il gusto trasgressivo del travestimento in tutte le sue fasi,  come la serie di disegni realizzati partendo dalle fotografie del censurato Wilhelm von Gloeden o le mitiche copertine del grafico geniale e parossistico (cazzi, lingue e banane dai Rolling Stones ai Velvet Underground) danno il sentore di ciò che più ci tocca ma di cui parlare non si può.

Amo questo Warhol. Forse perché sono stanca di sentire sempre parlare di riproducibilità dell’arte e icone del capitalismo. Due palle.

A margine: Napoli invasa dai turisti. Una bella e singolare inversione di rotta. Speriamo sia una tendenza.

Detto questo sono stata molto bene in questi giorni. Talmente bene che non ho nemmeno voglia di parlarne.

 

 

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