Una sera al San Carlo

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Solo a De Simone poteva venire in mente di trasformare la scomparsa della nostra Zazà, quella mitica ragazza che diede prova di grande autonomia nei tempi in cui la canzone napoletana spopolava e ancora non avevano inventato un programma televisivo come “Chi l’ha visto”, in una sorta di epopea dei vinti, un personaggio mitologico che prende in giro la storia, la storia di Napoli nella seconda guerra mondiale e nel dopoguerra.

E’ un viaggio nel passato e nella giovinezza, quello di Roberto De Simone, della sua giovinezza, con passaggio obbligato verso quella che è stata la peggiore devastazione architettonica che Napoli abbia mai subito nella sua storia, il bombardamento degli americani, di quelli che come ricordava il Maestro, Croce definì carogne, dopo aver visto sciogliersi non il sangue, ma l’oro zecchino dagli affreschi della distrutta Santa Chiara.

Il Stayricon di De Simone è sostanzialmente una testimonianza colta di fatti, musiche vicende legate a quella storia, musiche anche più antiche ma che quella tragedia collettiva di sangue e pietre e terra l’hanno attaversata. E tutto si corona proprio dentro il teatro San Carlo, nell’immagine de “La Forbiciaia”, la più bella delle signurine napoletane degli americani, in quella dissacrazione violenta eppure umana molto umana dei plebei conquistatori nel teatro dell’aristocrazia e della borghesia napoletana di tutti i tempi.

Puttane erano le signurine, puttane lo erano le savoiarde, puttane anche le borboniche, vai a sapere.

La voce di De Simone che narra e accompagna gli interventi recitativi e musicali  è una sofferenza degna della migliore tradizione di villa Arzilla, va detto, ma sopratutto, a me plebea che molto mi sono divertita nel tempio è piaciuta, come sempre,  la musa desimoniana di Isa Danieli e Eros Pagni, grande, grandissima voce del teatro italiano.

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