Parkinsoniani

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E’ solo che oggi ero nell’autobus, sulla strada lunga del Rettifilo, in direzione Garibaldi e a un certo punto tutto quello a cui pensavo, i pensieri distratti del mattino, è svaporato. Mi sono concentrata a guardare i movimenti involontari dell’uomo che mi era seduto di fronte. Sembrava mio padre, solo un po’ più rude. Se non fosse stato così schivo gli avrei chiesto se mi era possibile aiutarlo, accompagnarlo dove aveva in mente di andare. Era mio padre del bel mezzo della sua malattia, in quel mezzo in cui non si era ancora arreso e stentava a riconoscersi e diffidava dello sguardo degli altri su di lui.

Il vuoto dell’anima è una strana materia: la consistenza emotiva dei nostri ricordi, a volte diventa bisogno di dolore, quel dolore che è anche il vuoto che provi dopo esserti presa in carico una malattia, per tanti anni.

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