Archivio mensile:aprile 2015

Nikita (varie ed eventuali del we della liberazione)

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io e sofia

Era un bel po’ di tempo che non mi riusciva un autoscatto così bello con Sofia. Qui siamo al Rione Terra, a Pozzuoli. Amo Pozzuoli, se non fosse per il terrore di un altro trasloco magari ci andrei a vivere. Piace anche a mia figlia e a mamma. Questa volta ci ho portato anche mia madre, infatti, che dopo un inverno drammatico, di débacle pscicosomatica, a mio avviso, sta ricominciando a uscire. E’ fragile, molto, ancora, ma forse anche per questo averla vicino sta diventando più importante anche per una figlia stronza come me.

Pensavo che almeno una delle tre avrebbe potuto chiamarsi Nikita. Non chiedetemi perché, ma ci ho pensato in questi giorni, come ho ripensato alla storia de “La Ciociara” di de Sica, mentre tutti si commuovevano in questa insolita emozione collettiva da 25 aprile. Le donne italiane, per la maggior parte, furono trattate come esseri inferiori dai fascisti, dalla resistenza, dagli alleati e, all’indomani della guerra, dalla sinistra italiana. Fu una dura lotta quella per la libertà, in parte realizzata e adesso messa nuovamente a rischio dal subdolo maschilismo che accompagna questo periodo di crisi economica.

La mia famiglia è composta da tre donne. Affido al futuro di mia figlia le mie speranze per una liberazione mai completamente realizzata. Quella parità che fu sancita col voto delle donne ma mai pienamente vissuta nella pratica sociale, un po’ come la storia che tanto vi piace della difesa astratta della nostra Costituzione. Mia madre prima e io dopo, abbiamo fatto tutto il possibile per dimostrare la nostra forza e il nostro senso di responsabilità umana e civile, abbiamo pagato un prezzo e adesso, in modo diverso, siamo stanche e disilluse dal nostro mondo. La mia missione in questo momento è mia figlia. Mi sento di doverla proteggere dalla sua femminilità ma senza insegnarle la paura anche di essere leggera.

E’ un compito difficile, al di fuori della vostra retorica

Napoli

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Napoli è il nome della mia vituperata città, vabbè lo sapete, ma “Napoli”  è anche il simpatico soprannome che mi affibbiarono appena iniziai a vivere a Roma. Avevo tredici anni, degli occhiali di quelli da ipermetrope che fanno gli occhi grossi grossi, ero sovrappeso causa sopraggiunti conflitti con mia madre e necessario abbandono nel cibo e molto scombinata e disordinata, direi quasi sporca. I ragazzi sono cattivi. Si sa. I romani anche di più, sono cattivi e coatti che non è proprio come essere tamarri ma è piuttosto come essere un po’ meno ignoranti e un po’ più bulli. Il dramma della mia adolescenza da emigrata è durata qualche anno. In realtà ho evitato l’ostacolo in parte perché da ragazzina sceglievo uomini molto più grandi di me, in parte perché scelsi di frequentare il liceo linguistico più esclusivo di Roma per cui cominciai a tirarmela un bel po’ con gli sfigati che giravano per il mio quartiere. Il fatto che sono bionda, sono alta più della media e ho iniziato a parlare inglese e francese e a girare in vacanza anche senza i miei da ragazzina e infine che avessi motorini e moto in quantità  credo mi abbia aiutato non poco. Non ho mai pensato però, e dico mai, di fare leva su un presunto orgoglio napoletano. Non emigriamo, colonizziamo, dice Valerio Jovine in una bella canzoncina che condivido in pieno.Lo facciamo perché è nella nostra natura farlo.  Negli anni ho capito, non lo sapevo da ragazza, che le napoletane e i napoletani mi piacevano più degli altri. Non per questioni familiste ma per affinità caratteriali, per cui spesso e volentieri, anche a Roma, ho finito per frequentare altri napoletani, mai coscientemente. Siamo più smart, quando siamo smart, più intelligenti, insomma, mica niente di male. Oddio, poi anche. Tipo che una delle ragioni per cui ho pensato che il padre di mia figlia, che si era trasferito a Roma per me, potesse diventare mio marito, era che faceva un ottimo ragù. La domenica, come piace a noi. Ho subito nel corso della mia esistenza naporomana una serie di pregiudizi che più che altro mi mettevano davanti alla stupidità altrui. Il razzista è come il violento che usa le mani quando non sa usare il cervello. Se non fossi stata “Napoli” la mia vita sarebbe stata migliore? Non credo proprio. Allo stato delle cose penso di essere una delle migliori persone che conosco. Perché sono napoletana di andata e ritorno, perché me ne frego di alcuni pregiudizi, perché riconosco le nostre responsabilità, i nostri difetti ma cerco di evitare i luoghi comuni che spingono alcuni a presentare in un certo modo la mia terra. Sono le stesse ragioni per cui spingo i miei amici non napoletani a conoscere meglio la mia città, mostrando loro quel complesso miscuglio di odio/amore che ci impedisce di rifiutare e di disprezzare Napoli. Per cui da sempre cerco di convincerli che questa è un sorprendente regno epicureo, una filosofia applicata di vivi e lascia vivere. Ecco poi le generalizzazioni sono fessissime. Conosco napoletani che farebbero impallidire i tedeschi per metodicità e ordine, per disciplina e correttezza, poi ci sono gli altri. Solo che gli altri sono tanti e il carattere del popolo lo definisci su una maggioranza. La maggioranza dei napoletani non somiglia agli olandesi. Nel bene e nel male. p.s. A me Luciana Litizzetto mi annoia già da qualche anno, andiamo oltre?