Nikita (varie ed eventuali del we della liberazione)

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io e sofia

Era un bel po’ di tempo che non mi riusciva un autoscatto così bello con Sofia. Qui siamo al Rione Terra, a Pozzuoli. Amo Pozzuoli, se non fosse per il terrore di un altro trasloco magari ci andrei a vivere. Piace anche a mia figlia e a mamma. Questa volta ci ho portato anche mia madre, infatti, che dopo un inverno drammatico, di débacle pscicosomatica, a mio avviso, sta ricominciando a uscire. E’ fragile, molto, ancora, ma forse anche per questo averla vicino sta diventando più importante anche per una figlia stronza come me.

Pensavo che almeno una delle tre avrebbe potuto chiamarsi Nikita. Non chiedetemi perché, ma ci ho pensato in questi giorni, come ho ripensato alla storia de “La Ciociara” di de Sica, mentre tutti si commuovevano in questa insolita emozione collettiva da 25 aprile. Le donne italiane, per la maggior parte, furono trattate come esseri inferiori dai fascisti, dalla resistenza, dagli alleati e, all’indomani della guerra, dalla sinistra italiana. Fu una dura lotta quella per la libertà, in parte realizzata e adesso messa nuovamente a rischio dal subdolo maschilismo che accompagna questo periodo di crisi economica.

La mia famiglia è composta da tre donne. Affido al futuro di mia figlia le mie speranze per una liberazione mai completamente realizzata. Quella parità che fu sancita col voto delle donne ma mai pienamente vissuta nella pratica sociale, un po’ come la storia che tanto vi piace della difesa astratta della nostra Costituzione. Mia madre prima e io dopo, abbiamo fatto tutto il possibile per dimostrare la nostra forza e il nostro senso di responsabilità umana e civile, abbiamo pagato un prezzo e adesso, in modo diverso, siamo stanche e disilluse dal nostro mondo. La mia missione in questo momento è mia figlia. Mi sento di doverla proteggere dalla sua femminilità ma senza insegnarle la paura anche di essere leggera.

E’ un compito difficile, al di fuori della vostra retorica

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