Anatomia di una città

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Che poi a volte si potrebbe anche pensare ad una forma di anatomopatologia, cioè, mi spiego, se fossi io a scrivere, probabilmente sarei più colpita dallla malattia che dal corpo nella sua interezza, ma le persone che ho incontrato ieri a piazza Bellini, Napoli, la amano più o meglio di me , non so. Sergio Siano (fotografo) e Pietro Treccagnoli (giornalista), entrambi personaggi “smarginati” rispetto al loro contesto professionale, a mio avviso,  hanno provato a raccontare la storia di Napoli attraverso la lente di un’agenzia di fotoreporter, Fotosud, esperienza collettiva interessante se non fosse stato per il caldo termale, che tutti abbiamo subito,  negli ambienti del Caffè di Intramoenia. Non per questo scrivo questo post, ci sarà gente che vi racconterà questo incontro meglio di me. Quello di cui invece vorrei raccontarvi è un lavoro che va avanti da qualche mese sulle pagine del Mattino, il quotidiano in cui entrambi lavorano, e cioè di una rubrica-reportage sulla città che si chiama “La pelle di Napoli”. Auguro a entrambi che prima o poi possa diventare una pubblicazione autonoma, perché si tratta di un lavoro rabdomantico a tratti affascinante sulla nostra città.  Un lavoro a proposito del quale Treccagnoli si è dato una risposta su alcune oleografie della città: quello che, in sostanza, il giornalista racconta è che le immagini, le idee sulla città sono talmente diverse, contrastanti e multiple da annullarsi nell’insieme. Alla fine, quello che mi pare di aver capito è che il quadro complessivo, il corpo nella sua interezza, se così può dire, è quello di una città talmente plurale da diventare come le altre, senza cioè nessun tratto così caratterizzante, o così retoricamente assimilabile alla nostra narrazione. Insomma, alla fine fine l’anatomia della città ci rivela una cosa scottante come la morte, se volete, un corpo è in assoluto un corpo. E come accade con le persone, osservate sul letto di un anatomopatologo, un corpo è come tutti gli altri corpi. Diverso ma uguale a tutti gli altri. E questa è una rivoluzione culturale rispetto all’eterna litania del “Napul’è”, è un caleidoscopio se volete. Adesso, sempre se ne avete voglia, ricominciamo a parlare di identità, ma con una certa intelligenza critica, per cortesia.

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  1. Ieri sera ho vissuto un momento per me indimenticabile. L’atmosfera che si vive prima del giornale tra un giornalista di grande spessore ed il suo occhio che fissa immagini, un artista un pittore. Vedere la passione, la serietà e l’amore per la propria professione attraverso le loro parole ed i loro occhi è un grande evento che avuto la fortuna di percepire. Seguo il ventre di Napoli da tempo e traspare da sempre l’amore per la città e la rappresentazione piena di dolore delle piaghe della nostra città. Ma in tutto sento una poesia che faccio difficoltà ad etichettare che sentivo anche ieri in tutti i grandi personaggi che ci hanno presentato i loro modo di vivere il laboratorio che prepara il giornale per noi napoletani. La mia conclusione e che leggere il mio giornale ogni mattina è ancora più bello di quanto lo fosse ieri.

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