La scuola di Sofia mi fa cagare (#labuonascuola non è nemmeno questa)

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A me l’idea che la scuola finisca il 10 giugno non piace affatto. Per me significa che dovrò iscrivere mia figlia a un campus estivo. Pagandolo privatamente. Ora voi potete anche dire che la scuola non è un parcheggio per bambini, ma a me onestamente la vostra opinione mi rimbalza. Mi occupo di mia figlia da quando è nata. Lo faccio con le mie possibilità, lavorando e oltre la scuola e mia madre,  non ho nessun aiuto aggiuntivo da parte dello Stato. Pago e mi faccio aiutare. Il modello di formazione a cui facciamo riferimento è quello dell’Europa nord-centrale in cui vacanze così lunghe non esistono. Se penso poi che in classe di mia figlia sono due settimane che hanno quasi lasciato perdere il programma ordinario per organizzare una recita, ossia per dare modo alle maestre di fare meno di quel poco che già fanno, smadonno. Che se ne perde di tempo a scuola. Mettiamo la domandina insinuante della piccola borghesia di queste lavandaie scolastiche: dove andate di solito in vacanza? Ecco, ho sempre pensato che questa domanda fosse da stronze pettegole frustrate, ho sempre pensato a quei bambini i cui genitori non possono permettersi la vacanza, l’imbarazzo che iniziano a provare e di cui non si libereranno probabilmente mai più.

A propostito di tracce e temi, mi è venuta in mente questa storia della Salerno- Reggio Calabria. Mi chiedevo cosa avesse in comune questa dichiarazione di Matteo Renzi con la scuola e mia figlia. Mi sono ricordata. Quando ero a scuola una domanda o un tema ricorrente era quello del desiderio: ovviamente noi bambini quando si trattava di esprimere un grande desiderio non potevamo sembrare dei fottutissimi egoisti, per cui, siccome all’epoca ci insegnavano a sembrare buoni, la risposta èiù ricorrente alla domanda esprimi un desiderio era che non ci sia più la fame del mondo. Ecco i politici con l’autostrada del Sud danno tutti da trent’anni la stessa risposta che davamo noi da bambini con la storia della fame del mondo.

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  1. Tutto molto opinabile. Risulta che le pause sono in linea soltanto che nell’operoso nord Europa (sono ironico) le distribuiscono in modo differente. Poi vivi a Napoli…sai che bellezza andare a scuola con il caldo soffocante non tanto per gli insegnanti ma per i ragazzini costretti in quattro mura prive di condizionatori. Dici bene: la scuola non è un parcheggio e tutto andrebbe rivisto dal momento che il capitalismo ha costretto, quando non ha convinto prima, le donne nel mondo del lavoro. I figli si fanno sempre più tardi e spesso non ci sono nonni disponibili per tempo, vecchiaia, distanza. Non si risolverà un bel nulla con la figura del Preside-padrone. Questi non farà altro che chiamare familiari, famigli, clientes a lavorare nel suo feudo. Benvenuta nel nuovo Medio Evo.

  2. ovvia la prima replica. Andrebbe comunque meglio. Sul secondo punto quello del Preside-padrone mi pare iche sia l’unico che interessi i vostri sindacalisti. Perché? Fatevi una domanda , datevi una risposta. Io l’ho fatto

  3. p.s. come provo spesso a raccontare Napoli è qualcosa di più articolato dei suoi opinabili contenuti sul caldo. Fa caldo anche a casa, mi creda.

  4. Scusa, ma sto scrivendo con disagio. Ho frequentato la facoltà di lettere per cui ricordo bene quali studenti o studentesse volessero diventare insegnanti. Dopo tanti anni osservo i risultati, non mi meraviglio affatto, purtroppo

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