Note a margine sui casi di classi o scuole “ghetto”

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All’inizio non capii. Tipo che un mio conoscente mi disse, il primo anno che avevo trasferito mia figlia alla scuola elementare De Amicis di Napoli,  hai già pensato a dove iscriverla alle medie? Mi raccomando falla andare alla Carlo Poerio. Lì per lì mi sembrava strano trattare questo tema, anche perché mia figlia ha iniziato a frequentare la scuola pubblica qui a Napoli solo a partire dalla seconda elementare. Mi chiedevo ma perché mi dovrei preoccupare delle medie?

In realtà a Napoli di certe cose si parla in codice. Il codice di “appartenenza” riguarda tante cose in questa città, il quartiere, il modo di vivere, la politica, la scuola e persino il modo di vestire. Avrei scelto comunque probabilmente la Poerio perché ha delle strutture sportive e perché è più vicino casa ma “il caso Tito Livio” ha acceso i riflettori su un problema che riguarda tutta la scuola dell’obbligo in Italia e in modo incidentalmente napoletano la scuola media Tito Livio.

Questa scuola media si considera da sempre “palestra” di studio e di relazioni per la futura classe dirigente napoletana. E’ una scuola tradizionalmente molto rigida e si ammanta di una sorta di “esclusivtà” da scuola privata. Nell’organizzazione complessiva delle assegnazioni degli alunni per classe, e queste sono cose che mi hanno sempre riferito nei tempi in cui frequentavo famiglie di insegnanti, ci sono delle classi considerate di serie A e altre di serie B, ossia gli alunni figli delle famiglie più in vista e facoltose della città sono scelti per quelle che vengono considerate le classi migliori. Sembra paradossale ma se non fosse successo quello che è diventato cronaca cittadina avrei detto che i veri ghetti della Tito Livio fossero proprio quelle classi A ,perché come è pssibile pensare ancora oggi che la formazione possa prescindere dalla differenza, dalla comprensione della diversità sia essa economica, sociale, religiosa o etnica o ancora attinente alla disabilità di alcuni bambini o ragazzi?

Succede. Occorre riflettere. Al netto della mia indignazione credo che il problema sia di carattere generale. Non basta dire noi siamo diversi e voi siete una merda. Bisogna lavorare su una cultura di integrazione, bisogna aprire la scuola alla mediazione culturale, alla letteratura, alle lingue straniere e alle filosofie comparate. Non è una difesa; è una risorsa per i nostri figli.

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