Archivio mensile:febbraio 2016

L’urticante piagnosità del rap di Clementino

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E quann stong luntan, ricordo qualche anno fa
Guagliun miez a na via, na luce ind’a sta città
E mo ca song emigrante, e voglio o ciel a’guardà

Penso ca’ si stat a primma, tu si tutt a vita mia.

Ci ho provato a farmi coinvolgere da Clementino. Giuro che ci ho provato. Che arrivi a una certa età e pensi di dover fare uno sforzo per sentire, capire lo spirito del tempo, il grido di protesta di un ragazzo che vuole imprimere sulla pelle, come scrive lui,  emozioni che riguardano quelli che ormai ti sono anagraficamente più lontani.

Credo che questo discorso non lo capiranno in molti, ma qualcuno forse si. Una parola solo come premessa: la dignità. Dignità non solo mia, ma anche della mia terra.

Sono stata emigrante, non musicante,  ma sono stata emigrante anche io, perché scegliere di andarsene da Napoli a trent’anni per uno stipendio con cui riesci a pagarti a malapena una stanza a Roma, rimpiangendo la tua città, vuol dire essere emigrante.

Sono stata emigrante senza cagare il cazzo a nessuno. Convinta allora come oggi che fosse più interessante vivere del proprio lavoro fuori Napoli piuttosto che fare l’eterna bimbaminkia tipo faccio cose, vedo gente e mammà mi passa la paghetta. Nella mia città, come e forse in maniera anche più capillare nel resto del Sud, nell’orticello di casa o nella macchina con gli amici ci sono rimasti solo quelli che vivono di rendita, beati a loro, quelli sistemati dalla famiglia, o quelli bravi bravi, molto più di me.

Eppure di tanti ragazzi che come me sono andati via nessuno mai si è detto “emigrante”. Voglio dirlo, non era scuorno, era comprensione della complessità, immagino. Nessuno si puzzava di fame, non la fame ci ha allontati. In un mondo sempre più piccolo definirsi emigrante per esser capitato a Roma o Milano o un’altra città sembrava semplicemente ridicolo.  E oggi anche di più. Oggi, che arrivano le immagini e le storie di veri esodi, di una disavventura e una tragedia epocale, storie di miserie e disagi per noi inamissibili, la retorica piagnona dell’emigrazione interna pare ancora meno plausibile.

E’ per questo che Clementino mi ha imbarazzato, lo dico per davvero. Ne parlo perché non credo sia solo di questo rapper. Questa retorica identitaria è frutto di una cultura politica e sociale che non mi appartiene e non condivido. Piagnosa e lacrimevole. Come uno schiaffo ai nostri migliori talenti che da cinquant’anni, almeno,  a questa parte provano a raccontare Napoli e il Sud come qualcosa di molto diverso, qualcosa di talvolta raffinato, prezioso e colto o come qualcosa di violentemente controverso e ribelle, qualcosa di potente. Ecco ribelle, in fondo questo mi ha deluso più di tutto. Dal rap, per quel che ne capisco, mi aspetto qualcosa di ribelle.

Il chianto alla mariomerola no, grazie.

 

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