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Texture

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Pensavo a qualcosa tipo questa. Insomma, fate come se una di queste trame del tessuto fossi io.

Mettiamo che questo filo, magari quello celeste, fossi io.  Mettiamo fossi partita da un punto per arrivare a un altro. Ecco, poi visto che certamente quel filo sono io, il resto siete voi, voi declinati all’infinito.  Magari ci siamo incontrati senza riconoscerci. Ognuno inseguendo la sua traiettoria. Sono partita da un bel po’,  ma per paura di arrivare dove volevo arrivare, perché in qualche posto, di certo, avrei voluto arrivare, ho camminato senza attenzione, allungandomi un po’ troppo, tornando indietro,   poi girandomi verso un’altra parte, poi ancora voltandomi e perdendo il filo del discorso. Dove volevo arrivare? Non lo so, ho quasi perso anche il punto di partenza.

Così. A volte mi sembra che la mia vita stia procedendo in questo modo, che è anche bello e divertente ma senza scopo. Più passano gli anni è più mi sale la paura di perdere, di restare delusa.E allora divento questo.

Sembra strano ma alla fine crescendo sperimentiamo il passaggio dal figurativo all’astratto.

 

Gettone

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E poi ieri sera pensavo agli elenchi di Francesco Guccini e mi è tornata in mente la postazione del telefono pubblico, che usavo, a volte, in vacanza a Scario, in Cilento. Perché le cabine, come le postazioni telefoniche si usavano prevalmentemente fuori dalla città, non eravamo ancora legati al telefono in maniera così inevitabile. Si chiamava in città se c’era un problema particolare, o immagino quelli più grandi usavano le cabine per telefonare alle/agli amanti. Ma per il resto i telefoni di casa erano più che sufficienti per prendere i compiti o gli appuntamenti. Erano gli ultimi anni prima del cellulare, e ricordo che a Scario noi ragazze si stazionava in un angolino vicino al risorante del lungomare, e ci si faceva  compagnia durante le file. Era importante dimostrare di avere qualcuno da chiamare, un fidanzato lasciato in città, qualcuno a cui si faceva finta di essere rimaste legate con il gettone in mano, in attesa di raggiungere gli scogli per andare a baciare qualcun’altro sotto le stelle.

Permesso di girare (diario napoletano)

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Succede che a volte mi domando che fine abbia fatto la “Napoli Film Commision”, insomma se stia ancora funzionando, come e quali progetti porti avanti. Poca roba immagino. Altra stronzata regionale. Perle ai porci, si diceva. Vale la pena ricordare che un regista napoletano è alle prese con gli Oscar? Vale davvero la pena farlo? Magari sì, se riuscite a liberarvi dall’invidia e dal livore e a non soffermarvi solo sul protagonismo sconcio della capitale.

Comunque se qualcuno mi avesse chiesto –  qualche anno fa, almeno- che lavoro vuoi fare da grande, avrei risposto proprio lavorare alla Film Commision. Pare stupido, ma è così.

Napoli, mi scuserà Alberto Sordi, Napoli e non Roma è tutto un set a cielo aperto. Parola di napoletana doc.

P.s. “Permesso di soggiorno”, il set. Foto della sottoscritta, articolo di Lucilla Parlato.