Archivi categoria: Borghesia

Vista Napoli

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io

E ci dispiace per gli altri, che sono tristi, che sono tristi…

Va a capire perché, ma mi sono svegliata allegra. Mi piace moltissimo lasciare casa a Chiaia e arrivare qui a Vicaria. Da un certo punto di vista è il bianco e il nero, la dicotomia assoluta, l’immagine sdoppiata di Dorian Gray. Partire dalla metro Amedeo e arrivare a Garibaldi, significa viaggiare davvero. Da un mondo ordinato e borghese vieni catapultato in uno povero, multietnico, caotico e sporco.Se ve lo dovessi raccontare osservando lo street food, da un quartiere all’altro, vi mostrerei le  calde brioches dei forni e dei bar che attraverso accompagnando mia figlia a via Santa Teresa a Chiaia,  e le colazioni, che sicuramente mi incuriosiscono di più,  camminando per via Arenaccia: il  caldo intruglio di riso e carne, fumoso, messo a cuocere da una donna chissà dove e chissà come, per i lavoratori cinesi della zona.

A volte mi domando dove sceglierei di vivere qui a Napoli, se avessi più possibilità e/o se non avessi bisogno della rete di relazioni che sono fondamentali per crescere mia figlia. A volte credo di aver bisogno di un borgo, che mi somigli,  in cui sentirmi a mio agio, una roba tipo il Petraio o la Pedamentina, altre volte mi immagino in un antico palazzo di via dei Tribunali, chessò tipo piazzetta Sedil Capuano, altre ancora un vicolo tra corso Vittorio Emanuele e Mergellina. Ma quanto è bella la mia città! Merita davvero l’esclamativo demente che non uso quasi mai, per fortuna. L’altro giorno sono andata dal dentista, in viale Maria Cristina di Savoia, una strada elegantissima, ma attorcigliata in una discesa ripida, stretta e piena di curve,  una strada che come succede spesso in questa città è una sfida urbanistica alla verticalità, con dei palazzi terrazzati e liberty con scorci meravigliosi. Che follia. Io godo qui a Napoli di queste visioni. Perché noi donne, in particolare, abbiamo questo vizio delle case. Questa voglia di introiettare la città immaginandoci dentro gli appartamenti, negli ambienti interni.  Serve un modo per finire questo post. Io mangio pizza. Non mangio a colazione e di solito non riesco ad arrivare a ora di pranzo. A quale Napoli appartengo?

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Outfit (diario napoletano quasi natalizio)

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Che sopporto talmente poco il freddo che  vorrei fosse stata inventata la grande bolla riscaldata.  Fosse per me girerei sempre in una cosa del genere, tipo una grande palla climatizzata, trasparente, come quelle che infilano nelle piscine per far giocare i bambini. Ruoterei nella città con quella, proteggendomi, che questo clima mi fa sentire sempre contratta, come un gomitolo di lana infeltrita.

Ieri invece pensavo, oggesù, quanto son belli quegli uomini che guardi in giro per il centro, quelli che magari entrano ed escono da un palazzo, o da un bar, di cui osservi il passo e l’eleganza verde mentre passeggiano in  quei Loden che valgono più di mille carte d’identità, qui a Napoli.

Mia madre è più giOvane di me

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No, Laura, per carità, io il Cappotto l’avevo letto, oddio non per intuizione, ma c’ è stato un periodo della mia vita in cui gli scrittori russi erano di gran moda. E sì Gogol’ anche. Ma oggi, mi chiedo, che senso ha mettere in scena uno spettacolo simile?Ok, è un tempo difficile anche questo. Non dico che bisogna essere superficiali ma forse essere contemporanei è importante. Non solo nei contenuti ma anche nella forma. E la forma è l’intrattenimento.

Mia madre recensisce Il Cappotto di di Vittorio Franceschi, liberamente ispirato all’omonimo racconto di Gogol’, regia di Alessandro D’Alatri. Io, invece, molto più modestamente,  ho pensato soltanto ah finalmente degli attori non affetti da trombonite artistica, gente che non ostenta la recitazione, che sa lavorare in sottrazione. Bravo, molto bravo Franceschi. Ho voglia di rivedere il film di Lattuada.