Archivi categoria: Buone nuove

Siamo qualcosa che non resta

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io

Proviamo a scompigliare un po’ le carte. A fare disordine. Perché il blog è esercizio quotidiano, pressoché inutile, in cui ognuno prova e esser se stesso e che spesso porta a farti temere dalle persone, e che di certo non facilita la socializzazione, ma che per taluni, me compresa, è praticamente una necessità esistenziale, come cantare per un cantante o ballare per un ballerino, etc. etc.  Comunque disordinare i pensieri o i racconti è necessario appena ti allontani qualche giorno, perché la pagina bianca, così come la vediamo noi nel backoffice, può essere anche inquietante del tipo e mo’ da dove comincio. Inizio dall’Albergo Miramare di Positano. Mica per niente, ma perché nei giorni del pistrice positanese chiamiamoli così, per distinguerci, ho pensato che se fossi un albergo probabilmente somiglierei a questo. Tipo non un blocco unico, per quanto bello o brutto possa essere, nelle milioni di casistiche probabili, ma una serie di piccoli appartamenti nascosti tra le rudi e pittoresche scalinatelle del borgo arrampicato sulla collina rocciosa. Ecco sì, in fondo la mia storia o anche la mia stessa personalità è composta da una serie di esistenze ed esperienze autonome che insieme fanno un percorso, ma non diretto e mai scontato.

Detto questo ho trascorso dei giorni di grande piacere, di relax e di bellezza. Quanto stia diventando importante per me questa armonia è difficile da spiegare. E’ come un orizzonte quasi raggiunto,  una consapevolezza della caducità, qualcosa che non è crepuscolare ma vive di una maggiore maturità rispetto al passato. Insomma poi Positano è uno di quei posti in cui ci capiti, lo ami e non te lo poni nemmeno come tappa di ritorno, per cui quando ti capita di tornarci ti viene da riflettere su quanto sia importante saper cogliere certi piaceri fino in fondo, succhiando tutto quello che hanno da offrirti. Passerà un mese, un anno, dieci  o persino venti come è capitato a me, ma in fondo conta poco, conta esserci mentre ci sei.

O poi, che dirvi, a Napoli in questi giorni abbiamo ricordato Massimo Troisi. Io c’ero dove lo ricordavano anche bene . Era di certo importante per me esserci.

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C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce

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E poi ci sono i giorni in cui è necessario lasciarsi andare.  La vita in sè,  come sentimento, altrimenti non ha tanto senso. La vita è come un vaso che è necessario riempire di esperienze, di piaceri, di musiche, di bellezza e di sapori. E non sempre puoi rimandare a domani. A volte devi fottertene di tutto e goderne.

Così. E’ l’estate che inizia a scorrere nel sangue. Sono io nel mio ancora.  Ieri, mica nulla di trascendentale, ma sono andata a mangiarmi la pizza a via de Mille. Come si può fare, sarò passata un milione di volte per quella strada, pensando, beh, prima o poi ci andrò a provare la pizza di Mattozzi. Ecco, così, ieri l’ho fatto. E, riflettendo, mi son detta ma che cretina ad aver aspettato tanto. Davvero un’ottima pizza.

Domani parto per Positano, che come dice Lucilla, la mia migliore amica,  sono due anni che devi venire sulla mia terrazza. Beh, a Pasqua ci sarei pure andata, ma poi non è stato possibile. Comunque, in generale, il momento è questo. Colmare il vaso di vita. Ne ho bisogno.

Il corpo conta

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Dico quarantatre per onestà intellettuale. Perché quando ne avevo 13 e si avvicinava l’estate, per darmi un tono, iniziavo a dire 14 anche se poi i quattordici arrivavano il 7 novembre. E così dico quarantre oggi, in cui l’età, la maturità viene venduta come disvalore, dico quarantre perché sono orgogliosa del mio aspetto, dico quarantatre perché a differenza della Litizzetto la mattina mi guardo e non vedo nessuna caduta libera, dico quarantatre perché non ricorrerò mai alla chirurgia plastica, perché l’età non mi spaventa così tanto, perché ho mantenuto una capa di ‘mbrella vivace, pure troppo.

Eppure sono un’esibizionista finita. Pubblico una quantità di fotografie che come sottotesto hanno, oh, dai, visto come sono in forma? Alcuni di quelli che mi conoscono da ragazza penseranno Laura si è rincoglionita. Ma non è vero. Laura, ossia io, fa i conti, puntualmente, con la precarietà della condizione di salute fisica. Laura, ossia io, ha visto suo padre ancora giovane ammalarsi di una malattia che è innanzitutto imbarazzo fisico e paralisi.

Il corpo conta. Per me almeno. Conta che sia elastico e resistente. Conta per sentirsi liberi. Conta per l’armonia che sprigiona. Conta anche per fare l’amore, quando ci si riesce. Il corpo conta contro la religione come ci ha insegnato la storia. Il corpo è la migliore lettura che offriamo al mondo di noi stessi, nei nostri silenzi.

Ho quasi quarantatre anni e ancora mi sveglio felice di guardarmi allo specchio. Felice della mia esperienza e cultura. E non c’è successo migliore nella vita di questo, non i soldi, non il corredo familista, non la fama,  ti assicuro, cara Lucianina Litizzetto.