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Mangia, non pregare e ama

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A volte penso che il cibo sia diventato l’osceno o lo scemo del villaggio, del villaggio globale, intendo.

Ho iniziato a occuparmi di cultura gastronomica non per sfizio di cazzo, come diciamo noi da queste parti, ma perché davvero ho sempre pensato che la cultura del cibo fosse per certi versi la più elitaria e sottovalutata delle forme di conoscenza, di bellezza  e di gusto della nostra formazione.

Detto questo in questi anni ho assistito a questo processo continuo e inarrestabile di esternazioni socialgastronomiche e di trasformazione del cibo in evento mediatico.  Tutti o quasi parlano di quello che mangiano o bevono, di dove mangiano e dove vorrebbero mangiare. Gli chef, beh, che ve lo dico a fare, in tutto questo sono diventati anche star, cosa che non mi turba  per niente, anzi, considerando il valore anche economico  che la comunicazione del cibo come esperienza estetica e narcisistica sta portando dietro e dentro si sè, mi sembra un cosa intelligente e furba da parte loro. Quello del cuoco resta un mestiere di merda, diciamocelo. Meglio chef.  Agli albori di questa tendenza c’era chi, come Davide Paolini il gastronauta, riteneva che il cibo in qualche modo fosse esperienza da viaggiatori, una roba antropologica. Visti i risultati, a distanza di una decina d’anni, credo che come sempre l’uomo sia in grado di trarre dalle esperienze solo gli atteggiamenti e le derive modaiole peggiori.

Resta in me il dubbio sul fatto che tutto questo ciarlare, fotografare, cucinare non abbia portato nessuna conseguenza culturale.  L’ho dovuto constatare proprio ieri, in merito a una sgradevolissima polemica sul caffè napoletano. Il piacere di fare notizia scavalca di gran lunga la volontà di capire, di appropriarsi di una parte anche importante della propria fama, socialità, identità. A Napoli, per dirla tutta, secondo me, siamo ancora incapaci di difendere i nostri prodotti o le nostre tradizioni alimentari e gastronomiche.

Dico questo e però aggiungo una roba che mi è chiara come poche altre. A Napoli si mangia bene,  i consumatori e i clienti dei bar come dei ristoranti sono piuttosto esigenti e soprattutto si paga poco. Si paga meno che in tutte le grandi capitali europee. E se questo non vi sembra un argomento convincente è perché fate parte di quella minoranza di ricchi a cui nessuno dovrebbe spiegare o raccontare cosa sia la cultura gastronomica. L’avete avuta in dote.

tant l’aria s’add cagnà (diario napoletano)

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Agli addetti al culto della positività posso solo dire che ogni momento di crisi, ogni voragine dell’autostima, è una possibilità.
Non immaginavo di poter acquisire la modesta attitudine di ambire alla salute,a quella fisica e psicologica ma – già che siamo in clima festivaliero-velo dico con le parole di Fiorella: come si cambia

Competenze sanremesi

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Alla veneranda età di quarantadue anni mi sono definitivamente arresa all’evidenza demenzialmente universale di Sanscemo. Che per me, che ho una certa età, il calcio resta sempre roba da uomini, ma il Festival di Sanremo, beh, il festivallo come diciamo noi a Torino è robbba da femminuccie.

Non mi sorprende più pertanto una conversazione competente e catatarticamente crudele come quella che ho ascoltato stamattina in metropolitana tra due ragazze in attesa della chanteuse dei peggiori novembre della nostra vita:

-Aspettavo Giusy. Sai avevo letto che in questi giorni che aveva avuto un calo della voce

– Dai, è come è andata?

– Beh, si sentiva. Del resto il regolamento esclude il playback. Successe solo una volta credo per Bobby Solo.

Bobby Solo? Ci sono ragazze in Italia che sanno chi sia Bobby Solo e ignorano che esista, chessò Bob Dylan. Sanremo è questa roba qui:  la competenza superflua delle persone.