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L’empatia della vita, l’antisemitismo e i demoni dell’ideologia

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Forse è stata tra letture che mi sono imposta quella che mi è costata maggior sforzo, maggiore dolore e incubi e paure in questi ultimi anni. Ma in questi giorni in cui stento a prendere posizione e a dare una definizione anacronistica alla rabbia e alla confusione populista della piazza, delle piazze mi è tornato in mente questo libro, ossia “Vita e destino” di Grossman.  Vasilij Grossman, evidentemente,  ha portato narrativamente  a termine un ambizioso progetto, uno dei più ambiziosi del secolo passato, quello di confutare le più grandi ideologie del ‘900, almeno e chiaramente dalla prospettiva del popolo ebraico a cui la sua storia personale e la sua origine lo legava.

“Una volta apparso, l’odio non può non trovare uno sfogo, così come non può non trovare uno sfogo l’elettricità raccolta in una nuvola nera sospesa sopra un bosco, che sceglie a caso un tronco d’albero da incenerire”

Vita e destino.

Per dire. Attenzione a tutte le forme di odio. L’odio è nemico della ragione. Nemico della nostra umanità.

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Lettrice

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Il momento in cui finisci un libro è sempre il più brutto di tutti. Nessuno te lo confiderà mai, ma si prova sempre un leggero senso di frustrazione ad essere scaraventati fuori da una storia. E’ per questo che si diventa lettori di un tal scrittore. E’ una forma di ossessione vendicativa, una cosa tipo se mi cacci da questa tua storia entro subito in un’altra.

E adesso cosa mi consigli caro il mio Irvine Welsh?

El Cafesino

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Io il sapore di quel caffè lo conosco. Come me molti. Il sapore di quel caffè e il calore e affetto dei brasiliani, anche quelli poveri. Conoscevo anche un regista che ci è morto in quel Brasile che amava tanto e a cui aveva dedicato la sua vita. Senza dio ma con molta passione.  In Brasile quel regista è morto per mano violenta. E’ morto subendo un furto.  Perché l’ineguaglianza, la povertà è materia di sangue e di morte. Lo sanno bene anche i marxisti. E questi son discorsi non da papi, ma da rivoluzionari.

Eppure val bene raccontarlo che Francesco si dimostra sempre più evangelico, alla maniera di Cristo. Che il gioco di marketing cattolico di “sbiancamento vescovile” del Vaticano con lui funziona sempre meglio. Che l’America Latina ha bisogno più di noi di grandi ideali e che la voglia di esser comunità, futuro, vita forse riparte davvero più da lì che da questa marcescente Europa o della ricca comunità cattolica americana. Non lasciate che i soldati di Dio siano gli unici a far vivere degli ideali di giustizia. Non fatelo.

Buona pausa caffè a tutti, nel frattempo.