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Diario quasi napoletano (il giorno prima della felicità)

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Dio, quanto mi piace la città d’estate. Non è mica vero che nessuno parte. Partono, già partono dalla metà del mese di luglio. E alcuni, invece, restano chiusi nelle loro case a boccheggiare sbracati sui davani, davanti ai loro televisori a schermo piatto. O poi ci sono quelli che lavorano, come me, ma sono un numero sostenibile di persone in movimento. Mi piace da impazzire il senso di vuoto, la sospensione innaturale, le zone d’ombra dove si cerca rifugio dal sole.  E mi piacciono i silenzi.  Quei silenzi che somigliano a me, alle persone sole. O le confidenze degli estranei, quelli che ti raccontano le cose seduti al bar per uno strano senso di complicità tra gente che rimane. Oggi ho trovato un punto strategico, uno di quei buchi rettangolari tra palazzi squadrati, quelli dove un tempo si affacciavano le cucine, chissà se ancora è così, oasi ventilate,  se ci riesco stasera vi mostro la fotografia, una roba stupenda, quelle botte di culo che ogni tanto mi capitano, in cui mi sembro davvero bellissima.

O poi stasera. Potrei fare un sacco di cose: andare a cena con un’amica al Pigneto, passare a bere qualcosa da un amico, telefonare al percussionista brasiliano che mi sta tampinando, potrei fermarmi a salutare Cate e tante altre cose ma non ho ancora voglia di fare niente. Forse passo nell’ultima ora utile tra i negozi a cercare le famose scarpe, di cui già vi ho parlato. Forse prendo al volo qualcosa di buono da mangiare e da bere e mi chiudo in casa. Libera dai rumori familiari, libera dal frigorifero pieno, libera da tutto quello che di utile e caldo può contenere una casa. E’ estate. Niente è come sarebbe in altri mesi.

Forse faccio un brindisi anche io a questa estate, prima del trasloco.

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale, cucina, albergo, radio, fonderia, in mare, su un aereo, in autostrada, a chi scavalca questa notte senza un saluto, bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta, a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta, a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando, a chi non è invitato in nessun posto, allo straniero che impara l’italiano, a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango, a chi si è alzato per cedere il posto, a chi non si può alzare, a chi arrossisce, a chi legge Dickens, a chi piange al cinema, a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio, a chi ha perduto tutto e ricomincia, all’astemio che fa uno sforzo di condivisione, a chi è nessuno per la persona amata, a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe, a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia, a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo, a chi restituisce da quello che ha avuto, a chi non capisce le barzellette, all’ultimo insulto che sia l’ultimo, ai pareggi, alle ics della schedina, a chi fa un passo avanti e così disfa la riga, a chi vuol farlo e poi non ce la fa, infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera e tra questi non ha trovato il suo.

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A margine sui rapporti nella rete

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Il fatto che tanti intellettuali se la siano presa per le offese ricevute in rete non mi desta alcuna sorpresa. Non appartiene al loro modo di confrontarsi. Ma c’è qualcosa di specifico che riguarda questo mondo, la dinamica delle relazioni della rete che pure andrebbe analizzato, se non codificato. L’orizzontalità della rete è un’illusione per neofiti.  Esistono livelli di rapporti al limite della crudeltà e del sadismo in rete, generalmente si esercitano e si patiscono relazioni prive di equilibrio verbale. Per la maggior parte delle persone di solito accade così. Poi ci sono quelli che questo genere di relazione la patiscono soltanto e quelli che soltanto la esercitano. L’assenza di risposta, ad esempio, produce frustrazione. Ma è anche vero che la conoscenza in rete è troppo diffusa e liquida per applicare le medesime categorie dei rapporti  conquistati nella vita sociale e affettiva di ognuno.

Questo è un elemento che comunque ritengo debba essere studiato e diffuso.  Altrimenti questa violenza verbale non troverà mai argine.

Vuoi star zitta, per favore?

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Vorrei imparare ad ascoltare. Ascoltare le persone, a volte la mia vita solitaria è piena di tutte le cose mi perdo, che ho irrimediabilmente perso per non essere rimasta in silenzio, nel momento dell’ascolto. E poi lo so, quanti inutili fraintendimenti, quanta superficialità, quanti errori mi sarei risparmiata. Il mio mancato ascolto produce quelle stesse finzioni di cui poi mi lamento. Credo che sia, anzi sono quasi sicura, credo che sia una questione di timidezza, la paura degli altri,  la fatica di non  essere delusa. Come avessi già in mente il canovaccio di quel che ho ancora diritto di vivere. Per quel racconto autobiografico già abbozzato di destino sventurato. Va bene. C’è tempo. Faccio un passo indietro. Non si cambia certo, io non sono mai cambiata,  ma in qualcosa credo di poter migliorare.