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Feminism, molestie, anche me

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sofiA volte mi chiedo come sarebbe andata.

Come sarebbe andata la mia vita se a tredici anni avessi riaperto la stanza di quella porta di albergo che qualcuno aveva chiuso dopo avermi fatto entrare, qualcuno più grande di me di quella differenza che a tredici anni è tanto più ampia di oggi.

L’altro giorno stavo guardando una fiction, una saga familiare (a me ‘sti polpettoni piacciono ancora, sarà l’antica predilezione per i romanzoni di formazione) in cui la figlia del protagonista quattordicenne entra nella casa del suo professore di arte e ne esce “deflorata” (avete mai pensato alla grettezza maschilista insita in questa parola apparentemente garbata? Un fiore che viene reciso, questa la percezione dello sverginamento femminile nel linguaggio un po’ arcaico della lingua italiana). Nella logica complessiva della trama questa cosa si definisce violenza. La ragazzina è stata violentata. Nessun dubbio, è una fiction bellezza e quello che si vede deve essere assolutamente catartico per il genitore/spettatore.

Ora, io che una storia simile l’ho vissuta, mi sono sempre chiesta quale fosse il limite, quale la verità della mia storia. Ero una ragazzina, vero, con una persona più grande di me che esercitava fascino e seduzione, ma io ero innocente? E questa storia sarebbe stata così difficile da elaborare se il contesto sociale e culturale non fosse stato così puritano?

Su questa storia delle “molestie” venuta fuori in questo ultimo scorcio di anno ho provato a chiedermi molte volte quale sarebbe stata la versione maschile, come cioè gli uomini hanno vissuto le molestie subite dalle donne in ambito professionale o personale. Questa storia della verginità, ad esempio, mi crea qualche imbarazzo come donna e come femminista. Perché conosco tanti uomini che hanno avuto delle prime volte mediamente più squallide e schifose di tante ragazze, me compresa, e che non hanno mai vissuto tutto questo come trauma. Sarà forse perché nessuno ha loro insegnato di vivere il sesso come colpa? Secondo me sì. E allora se per una volta, come femministe, ci impegnassimo a sbarazzarci di quello che ancora ci lega a questo retaggio culturale, a questo eterno giudizio sulla moralità? E se smettessimo una volta di sentirci vittime e invece continuassimo a sviluppare quel sentimento di   autocoscienza e libertà anche nella sessualità?

Scrivo queste cose non tanto perché ho bisogno di chiarirle a me stessa. Mi sento ormai risolta come donna, da questo punto di vista. Ho reagito, come tutte e come tutti,  molte volte a molestie, alcune sono diventate racconti personali che mi diverte ancora raccontare, nelle serate di intimità tra amici e amiche. Alcune sono utili a decriptare delle dinamiche di potere, altre semplicemente a ridicolizzare la presunzione maschile.  Mi preoccupa invece l’educazione sentimentale di mia figlia. Voglio che si senta forte e sicura e voglio che affronti anche le ombre dei suoi desideri e delle sue pulsioni senza drammi eccessivi e senza vittimismi inutili.

Pensatela come vi pare. Sarò anche cinica ma credo che sesso e potere cammineranno sempre insieme. Ma le donne possono diventare più forti.

Come sarebbe andata, dunque, la mia vita se fossi uscita da quella stanza? Allo stesso modo, solo avrei perso meno tempo a cercare di comprendermi, a perdonarmi.

Se invece attorno a me le cose fossero state diverse ci sarei restata in quella stanza e alla fine avrei pensato anche bene di quell’esperienza e di quell’uomo, l’avrei considerato come un maestro.

Ecco. L’ho scritto. Questa è la mia quota rosa nella faccenda del #metoo.

 

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Caro Babbo Natale

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Caro Babbo Natale,

anche quest’anno vengo a romperti le scatole. Del resto. caro Babbuccio, come ben sai di uomini di cui posso fidarmi davvero negli ultimi anni ce ne sono ben pochi. Forse ci sei rimasto solo tu. Dicono, voglio raccontartelo, che per me  sarà un anno molto fortunato, lo dicono le carte, lo dicono certe strane simbologie che ho preso a considerare, lo dice la vita, che spesso ha un andamento rotatorio e pare che, finalmente,  il giro della sfiga debba essere giunto al suo termine.  Del resto, vecchio mio, auspici a parte, se non mi metto davvero in testa che qualcosa di buono può finalmente accadere non ci sarà ancora tantissimo tempo per tentarci. Lo so che cosa stai pensando adesso, starai ridendo di me perché ti sto per sciorinare tutto un discorso immateriale e a te verrebbe da dirmi “Laura, guarda che io sono Babbo Natale, non sono mica Gesù Cristo, a me puoi chiedere quello che senza ritegno ottenevi da bambina, chessò la villa di Barbie, il motorino, Cicciobello, insomma roba che se compra”. La verità è che a viziarci siamo bravi tutti da grandi, ognuno con le proprie possibilità, e io non è che voglio cose, voglio obiettivi a stretto raggio che possano riempirmi l’esistenza, che mi tengano lontano dai pensieri a perdere, che rimettano in moto la mia parte attiva. Ti chiedo troppo? Voglio non una, ma tante occasioni, voglio arrivare alla fine del prossimo anno piena di cose fatte, di progetti realizzati, ti tempo ben occupato.

Voglio vicino le persone che amo e che mi amano, Voglio mamma mansueta ma non vinta. Voglio rivedere le persone che ho perso nei miei spostamenti. Voglio conoscere persone nuove che abbiano qualcosa da insegnarmi: della vita, dei piaceri, del buonumore.

Ecco, scegli tu. In alternativa un paio di milioni di euro vanno benissimo.

Ufficio postale di Babbo Natale

Tähtikuja 1, FI-96930 Napapiiri

Tel. 020 4523 120
Fax 016 3481 418
joulupukinpaaposti(at)posti.

A Casa di Elinda e Paco

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Vi ho mai parlato di mia cugina Elinda?

Forse sì, ma certamente poco, perché poi chissà perché nei blog personali noi ragazze finiamo sempre per alludere ai maschietti o ai figli ma alle altre, intendo le altre donne della nostra vita, quasi mai.

Io a mia cugina sono legata molto e non certo per questioni di sangue, che al sangue non ci credo proprio, sono della scuola di Monicelli, per me famiglia è una cosa che somiglia molto a quella commedia tragica che ora è in teatro con Lello Arena, ossia “Parenti serpenti”. Elinda, mia cugina, è una delle persone a cui tengo di più, perché se volersi bene significa anche dare e ricevere, beh io ho un debito di quelli difficilmente estinguibili con lei. Comunque,  queste sono storie personali, quello che mi diverte raccontarvi qui è che credo sia proprio vera la teoria degli opposti, perché alla fine le persone vicine a noi sono decisamente la nostra parte mancante, quella cosa che Platone ha spiegato forse meglio di me. Elinda è una di quelle donne che sa fare. Cosa sa fare riguarda l’ambito delle sue passioni o necessità, ma quello che qui posso dirvi è che sa fare meglio di chiunque altro conosca quello che ama fare.

E quello che ama fare da qualche anno è cucinare. Mia cugina è una chefessa, una personal chef. Per anni è andata girando nelle case delle donne e delle famiglie benestanti per organizzare cene, pranzi, eventi e dolci e adesso ha deciso di dedicarsi a ricevere gli ospiti a casa. Si chiama social eating questa cosa, non è difficile da interpretare, si tratta di andare in casa di una persona, sedersi, aspettare di essere serviti, chiacchierare, bere e mangiare in compagnia. Io la consiglio a tutti, anche ai napoletani di Napoli, perché soprattutto d’inverno le case sono più belle e accoglienti dei ristoranti. E poi casa di Elinda è a Mergellina e quel quartiere, lo sapete, beh è uno state of mind, un modo di essere napoletani di dentro.

Se ve lo state chiedendo Paco è un bassotto. Secondo me è parte integrante del progetto. Perché una casa senza cane è una casa un po’ meno casa.

Se siete curiosi adesso vi invito a visitare il sito che ho messo su per lei.

Non è mica male. Anche io, a volte, riesco a fare qualcosa niente male.

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