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#Lottomarzo a Napoli

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“Le donne del Sud, anche se riescono ad ottenere un lavoro, risultano più penalizzate, sono di meno, più precarie, più irregolari e a basso reddito, più sovra-istruite rispetto al lavoro svolto. Inoltre, la situazione di divisione dei ruoli nella coppia non migliora, interrompono di più il lavoro dopo la nascita dei figli, hanno meno asili nido e servizi sociali a disposizione, meno spesa sociale per disabili e anziani, meno supporto delle reti di aiuto informale. Sono insomma la spia rossa del malessere generale del Paese, che sta faticosamente uscendo e con enorme sforzo da questa lunghissima crisi, molto malconcio e con un improcrastinabile necessità di affrontare radicalmente i nodi irrisolti della sua modernizzazione”

Linda Laura Sabbadini

La Stampa

06/03/2017

Sono partita e poi sono tornata.

A trent’anni quasi la solidità necessaria per sentirmi una donna autonoma ancora non l’avevo. Ho mandato a quel paese la mia città, la rete delle mie relazioni, tutto pur di ottenere quel fottuto stipendio che mi consentisse di diventare non più una figlia, non una fidanzata, non una eventualmente moglie, non una eventualmente madre. Una donna, solo quello. Per poi prendere e dare agli altri quello che sentivo, nella più assoluta libertà.

Sono fortunata anche se non ho avuto dalla vita tutto quello che avevo immaginato. Una fetta di quel che pensavo fosse giusto ottenere me lo sono andata a prendere. E alla finesono tornata.

Sono fortunata, lo sono rispetto alle donne più giovani di me, rispetto alle donne che non hanno studiato, rispetto a quelle che pensano ancora che al Sud ci sia solo un modo per essere donna. Non è vero. Io sono quello che voglio essere. Che non è proprio uno standard o un dogma culturale, antropologico o etnico. Alla fine mi è andata meglio delle “amiche geniali”della Ferrante, una quadrilogia che ho comunque amato, non mi sono inabissata nel loro rammarico esistenziale. 

Nel frattempo, qui al Sud, le cose non sono migliorate, anzi sono peggiorate. E sempre peggio andranno per noi donne se non ci poniamo degli obiettivi comuni, se non impariamo a,rispettarci nelle nostre differenze, se non diventiamo solidali l’una con l’altra.

Perche qui è un po’ sempre la stessa triste storia del Mezzogiorno, avete presente? Come è possibile che un Paese come l’Italia ancora oggi presenti con un divario ancora così incolmabile tra Nord e Sud? E, ancora, come è tollerabile che all’interno di questa già  macroscopica divisione ce ne sia un’altra ancora più subdola che riguarda le donne?

Le cose stanno così e al netto dei discorsi generici sul femminicidio, o delle imparate di creanze contro il maschilismo (divertenti sempre ammetto ma inutili). Il punto centrale della questione femminile resta la dignità della donna, nella sua sfera di realizzazione, che, in questo tempo, spiace dirlo, non può non essere economica. Siate imprenditrici delle vostre idee, della vostra creatività, della vostra forza. Solo questo voglio dire, solo in questo, forse, cercherei, se potessi ancora, di correggere il tiro. Noi donne del Sud dobbiamo avere il coraggio di metterci insieme, svluppare di più una rete di lavoro che sia femminile. Non perché gli uomini sono cattivi ma perché c’è bisogno di rinforzare la nostra condizione di autonomia: noi donne del Sud – me compresa- dobbiamo imparare che anche grazie ai social e alla rete possiamo fare “banca” del nostro tempo, del nostro know-how, del nostro senso di responsabilità.

 

#Lottomarzo è di tutte, per tutte.

 

Di suicidio assistito, eutanasia, testamento biologico e altre amenità

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La più grande fortuna della vita è non conoscere il momento in cui morirai. La più grande fortuna è, dicevo, non ricevere la cartella esattoriale della tua malattia, se invalidante o mortale. Per quanto banale credo che questa premessa sia la parte più condivisibile del discorso.

Quello che succede invece subito dopo appartiene a quell’ambito di esperienza che ci auguriamo tutti di non maturare mai. Quello che succede subito dopo rientra nella sfera soggettiva dell’arcobaleno delle proprie emozioni e delle proprie credenze. Eppure quello che succede subito dopo è un qualcosa su cui da quasi di trent’anni mi interrogo: cosa attraversa la mente della persona che ha avuto questo verdetto finale?  Cosa farei, ad esempio io,  se mi succedesse quello che è successo a mio padre?

1)La percezione dell’incompiuto inesplorabile: quella sfera che riguarda la progettualità che, a prescindere dalla sua compiuta concrettezza, si stacca dall’ambito delle possibilità. Quella cosa che riguarda il restringimento degli orizzonti, che sembra poca cosa, ma che in realtà tanto ha a che fare con la parte creativa e fantasmatica della propria esistenza quotidiana. Cosa resta di noi se non possiamo più essere farò, comprerò, andrò…cosa rimane della nostra parte infantile, dei nostri sogni?

2) La pianificazione razionale della propria morte in relazione agli affetti: la cura, del resto cosa siamo noi se non nella relazione con le persone che amiamo? Cosa diventiamo se una volta organizzato quello che sarà di loro dopo di noi non abbiamo più nessuna forza per prenderci cura di loro? Cosa ci rende adulti? Accudire o essere accuditi?

3) La cognizione del dolore: la cognizione del dolore è quella cosa che riguarda, più di quanto ci piace riconoscere, la rivalutazione del nostro stato di salute. Il fatto di stare male, come succede ogni tanto a qualcuno di noi, fisicamente o psicologicamente, col tempo o l’esperienza diventa una risorsa per godere dei momenti in cui il nostro corpo esulta, gioisce. A che serve il dolore senza dualismo? A che serve un dolore su scala crescente?

4) La perdita di autonomia e la demenza: ogni malato è un demente. Lo è su livelli relativi. Di solito gli uomini più stupidi se malati diventano più cretini e via risalendo. In ogni caso ogni uomo malato è meno estroflesso, resta ore e ore concentrato solo sua sua malattia e questa stessa concentrazione alla fine lo rende demente. Che senso ha una vita non proprio vegetale, non ancora, ma una vita demente?

Ecco, di queste cose si riempie la mia assoluta fiducia nell’eutanasia o la dichiarazione anticipata di trattamento che chiamano testamento biologico. L’eutanasia è  una forma di umanità verso la propria dignità di essere umano. Lo stesso vale per il suicidio assistito.  Chi vede in un ateo un cinico o nella sofferenza che anticipa la morte una forma di umanità sta sabotando la realtà. Che amena non è mai.

Ora l’ho scritto, va meglio. Saluti

Godetevi l’intervallo, diceva Arthur.