Di suicidio assistito, eutanasia, testamento biologico e altre amenità

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La più grande fortuna della vita è non conoscere il momento in cui morirai. La più grande fortuna è, dicevo, non ricevere la cartella esattoriale della tua malattia, se invalidante o mortale. Per quanto banale credo che questa premessa sia la parte più condivisibile del discorso.

Quello che succede invece subito dopo appartiene a quell’ambito di esperienza che ci auguriamo tutti di non maturare mai. Quello che succede subito dopo rientra nella sfera soggettiva dell’arcobaleno delle proprie emozioni e delle proprie credenze. Eppure quello che succede subito dopo è un qualcosa su cui da quasi di trent’anni mi interrogo: cosa attraversa la mente della persona che ha avuto questo verdetto finale?  Cosa farei, ad esempio io,  se mi succedesse quello che è successo a mio padre?

1)La percezione dell’incompiuto inesplorabile: quella sfera che riguarda la progettualità che, a prescindere dalla sua compiuta concrettezza, si stacca dall’ambito delle possibilità. Quella cosa che riguarda il restringimento degli orizzonti, che sembra poca cosa, ma che in realtà tanto ha a che fare con la parte creativa e fantasmatica della propria esistenza quotidiana. Cosa resta di noi se non possiamo più essere farò, comprerò, andrò…cosa rimane della nostra parte infantile, dei nostri sogni?

2) La pianificazione razionale della propria morte in relazione agli affetti: la cura, del resto cosa siamo noi se non nella relazione con le persone che amiamo? Cosa diventiamo se una volta organizzato quello che sarà di loro dopo di noi non abbiamo più nessuna forza per prenderci cura di loro? Cosa ci rende adulti? Accudire o essere accuditi?

3) La cognizione del dolore: la cognizione del dolore è quella cosa che riguarda, più di quanto ci piace riconoscere, la rivalutazione del nostro stato di salute. Il fatto di stare male, come succede ogni tanto a qualcuno di noi, fisicamente o psicologicamente, col tempo o l’esperienza diventa una risorsa per godere dei momenti in cui il nostro corpo esulta, gioisce. A che serve il dolore senza dualismo? A che serve un dolore su scala crescente?

4) La perdita di autonomia e la demenza: ogni malato è un demente. Lo è su livelli relativi. Di solito gli uomini più stupidi se malati diventano più cretini e via risalendo. In ogni caso ogni uomo malato è meno estroflesso, resta ore e ore concentrato solo sua sua malattia e questa stessa concentrazione alla fine lo rende demente. Che senso ha una vita non proprio vegetale, non ancora, ma una vita demente?

Ecco, di queste cose si riempie la mia assoluta fiducia nell’eutanasia o la dichiarazione anticipata di trattamento che chiamano testamento biologico. L’eutanasia è  una forma di umanità verso la propria dignità di essere umano. Lo stesso vale per il suicidio assistito.  Chi vede in un ateo un cinico o nella sofferenza che anticipa la morte una forma di umanità sta sabotando la realtà. Che amena non è mai.

Ora l’ho scritto, va meglio. Saluti

Godetevi l’intervallo, diceva Arthur.

Buon Natale

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Fortuna che non succede mai un cazzo nella mia vita, altrimenti chissà quante cose ancora scriverei.

Fortuna che ci vedo sempre peggio e anche osservare è diventato faticoso.

La memoria non è mai stata il mio forte, poi, sarà per questo che scrivevo il blog, almeno fino a quando succedevano cose. Solo che le cose che succedevano non le scrivevo con crudezza e, detto tra noi, neanche troppo bene, per cui adesso che vorrei ricordarmi di tutto mi accorgo che appena apro una pagina di questo diario mi assale un senso di nausea e devo subito cambiare lettura.

Peccato, perché poi ho pensato che potevo mettere insieme un sacco di progetti irrealizzabili, uno zibaltone,  e pubblicarlo. Le stesse cose di cui amavo parlare con voi, cose come l’home theatre o il documentario sulla Ferrante, le storie degli archivi dei manicomi femminili o le strade del sesso, la fiera vegana o il viaggio circense, il musico outsider nella città o ancora tante altre, talmente tante che mi scoccio di ritrovare. Tutte avventure realizzate o in via di realizzazione, non da me. 

T’appost dicono qui, sto invecchiando, condizione che mi scarica dalle eroiche e vitalistiche urgenze del fare. 

Ho quarantacinque anni. Vivo in Italia. Il Rottamatore è stato rottamato, figuriamoci io.

È Natale. Anche questa volta la sfangheremo. 

Buone feste.

Sentirsi dei sopravvissuti laicamente aiuta

Io sono mia

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Io sono mia

Laura Petra

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Nel mondo degli ambigui maschilismi il segno dell’emancipazione, della conquista dell’eguaglianza viene sempre scoraggiato con cinica ironia. Bisogna dissimulare la propria intelligenza, autonomia e libertà, principalmente.  Per non dare spazio, appunto, a quell’ironia pelosa, subdola, quella che nasconde l’universo gigantesto delle inesplorate insicurezze maschili. La paura di non essere adeguati riguarda soprattutto gli uomini. A volte penso di essere circondata da uomini spaventati, come e forse più di noi donne afflitti dal terrore di non appartenere più a un modello codificato di “mascolinità”. Ho sempre pensato che affrancarsi da un certo modello culturale o sociale poteva costituire la premessa per riforndarne uno nuovo e invece, giunta a metà forse anche più della mia vita, penso che questa nuova umanità non è riuscita a crearsi nessuna nuova identità. Siamo sospesi. Postradizionalisti quando ce pare, tradizionalisti per un giorno quello del matrimonio, esteti, giovanilisti. Restiamo giovani per non affrontare nessun ruolo, neanche…

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