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Le farfalle napoletane

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Qualche giorno fa ho visto uno spettacolo tratto da un romanzo cult della cultura napoletana contemporanea, un testo degli anni ’70 di Giuseppe Patroni Griffi,  “Scende giù  per Toledo”  , la storia di un femminello napoletano. Rosa di Napoli, Rosalinda Sprint, una storia che ha dato origine a una sensibilità di genere che Arturo Cirillo, interprete e regista, ben conosce, perché con quella si è formata da ragazzo, nei teatri di avanguardia della città.

Sterile il dibattito sull’attualità del testo. Napoli stratifica. non cancella. Vecchio e nuovo convivono,  come in ogni creatura umana vivente. Bonito Oliva aveva raccontato i travestiti di New York di Andy Warhol paragonandoli ai nostri femminielli e a questo romanzo. Beh, a conti fatti, Rosalinda Sprint è più contemporanea di loro. Le nostre geishe esistono ancora, anche se magari spendono più in chirurgia plastica che in sartoria. Mores e tempora, le tette in silicone hanno preso il posto dei paltò con i colli alla Maria Stuarda.

Rispondo al telefono e tra le tante battute un amico mi racconta che un noto transessuale napoletano sta male. Penso a Rosalinda, al suo bisogno di amore, alla sua emarginazione. Durano sempre troppo poco queste donne-farfalle.

 

Warhol napoletano e foto di Marechiaro

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marechiaro

Sfido chiunque abbia visto una mostra di Andy Warhol, e in particolare questa mostra di cui avete tutti apprezzato l’affluenza turistica,  a non farsi accarezzare dall’ala della follia e della morbosità. In caso contrario è praticamente inutile che abbiate fatto la fila per vedere uno dei più merdosi allestimenti che questa città sia stata in grado di offrire all’artista americano. Comunque, non lo diciamo troppo, che altrimenti Bonito Oliva si offente. Invece, pensavo, che se c’è un fil rouge che lega Warhola a Napoli è esattamente questa sensuale e perversa estetica, questo senso dell’eccesso, questo gusto estremo per la riproducibilità e comunicabilità di un estremismo umano e urbanistico. Ladies and Gentlemen, il gusto trasgressivo del travestimento in tutte le sue fasi,  come la serie di disegni realizzati partendo dalle fotografie del censurato Wilhelm von Gloeden o le mitiche copertine del grafico geniale e parossistico (cazzi, lingue e banane dai Rolling Stones ai Velvet Underground) danno il sentore di ciò che più ci tocca ma di cui parlare non si può.

Amo questo Warhol. Forse perché sono stanca di sentire sempre parlare di riproducibilità dell’arte e icone del capitalismo. Due palle.

A margine: Napoli invasa dai turisti. Una bella e singolare inversione di rotta. Speriamo sia una tendenza.

Detto questo sono stata molto bene in questi giorni. Talmente bene che non ho nemmeno voglia di parlarne.