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Il paradiso abitato da poveri diavoli

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Detestavo i toni della mia città sempre tra due estremi, il sentimentalismo e lo sfottò. Detestavo le declamazione col cuore in mano, l’eccesso emotivo per strappar lacrime o risate. (D.Starnone)

Dunque, ieri mi son trovata nel bel mezzo di un cazzeggio virtuale, in cui a mio avviso qualcuno (anzi qualcuna) che mi sta pure simpatica si accecava con un pagliuzza di un ganzo ‘sperto mentre arrivava la notizia dell’assoluzione di Bassolino, che, a mio avviso, diventerà il punto di rilancio di un politico sgonfio che ha vissuto e sperperato una sua lunga stagione di potere lasciando la mia città più povera e problematica che mai. Ho detto trave nel culo, proprio così, pensando a una nuova stagione bassoliniana, considerando il rinsaldamento dei potentati che a lungo andare hanno logorato quella che pure era la gettata positiva del “rinascimento napoletano” innaugurato nei primi anni del mandato dell’ex sindaco.

Così durante la sera mi son tornate in mente alcune riflessioni di intellettuali che, a loro modo, con una certa conoscenza approfondita della città, si sono spesi nel tempo, per criticare i napoletani. Come una specie di tarlo riflettevo su questa storia di populismo e napoletanità, quella cosa che qualcuno più colto di me, definisce come una sorta di fumosa interpretazione del carattere del nostro popolo, come una dimensione immaginativa di perverso compromesso tra aristocrazia o borghesia sopravvenuta e popolo o proletariato ma più sottoproletariato. La napoletanità come una sorta di contagiosa e nebbiosa vuotaggine, concetto troppo esteso per esser preso in considerazione in termini di contenuti specifici. Napoletanità come gioco di potere, come panem et circences per allargare lo specifico napoletano a un’identità più nazionalmente degradante. 

Parole. Io sto con Erri De Luca. Da quando sono tornata a Napoli mi è capitato spesso di riflettere sulla formula sterile di “qualità della vita” e credo che una città come questa offra ancora oggi una qualità della vita superiore a molte altre città italiane, Roma in particolare, perché a Roma ho vissuto molti anni e so di cosa parlo. E nonostante questo mi spiace che e se i napoletani si faranno fottere da Antonio Bassolino, il cui tradimento allo spirito della città è stato profondo e indelebile ed è costato almeno una generazione di intelligenze che da Napoli sono andate via per realizzare qualcosa di valore. Qualcosa che desse loro dignità. Qualcosa che non fosse clientelare o nepotista. Che non fosse, come piaceva dire alla pagliuzza, di cui ho accennato prima,  semplice cooptazione.

Antò, fa caldo

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Ok, la cosa brutta è che la sindrome premestruale mi colpisce anche a Napoli. La cosa bella, vediamo un po’, a sì, la cosa bella è che sto a Napoli e che se domani il tempo è come oggi mi vedrete attaccata ad uno scoglio molto di più e molto meglio di una cozza qualunque. Sì può fare. Qui il bagno si può fare ancora. Per il resto anche qui si parla anche di politica  anche se io da  un po’  me ne frego altamente. La politica in città è scegliere tra Caldoro e De Magristis, pardon la politica in città è non scegliere tra Caldoro e De Magistris, mentre nel mentre si riaffaccia Bassolino. Oho, incredibile -almeno per me- che Antonio si stia riproponendo o lasci intendere di farlo,  nella scena cittadina (e l’ha fatto con un libro- alzi la mano chi è disposto a credere che Bassolino scriva-  e un concerto del suo protetto Nino D’Angelo, entrambi al San Carlo, come si confà a un vero comunista). Pare infatti che da quei due appuntamenti l’abbiano riquotato nel parco scommesse sul futuro della città.

Ora siccome io e Antonio ci vogliamo bene credo lui abbia pensato di ritornare perché ha saputo che mi ero ritrasferita a Napoli. Antò, lascia perdere, non ti merito. Lasciami il ricordo del mio rinascimento, mi sono fatta vecchiarella, non sono pronta a nuove illusioni.

Bella Napoli, io chiederei di fare Tommasi Di Lampedusa santo subito. A noi i gattopardi, a noi gli eterni ritorni.