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Malasanità (pensierini in libertà)

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Ora vi annoio un po’. Tanto si è capito che in Agosto non avete un cazzo da leggere e venite ad affollare persino il mio blog sfigatissimo.

Innanzitutto una premessa: il pronto soccorso è per i poveri, e per gli incidentati, infartuati, e altra umanità a quattro zampe of course, ma soprattutto per i poveri. I ricchi hanno i medici, gli specialisti e soprattutto il tempo per fare il giro della salute previsto in caso di disagi fisici di varia natura. I poveri, come me, vanno al pronto soccorso perché ambiscono a risolvere il problema risparmiando tempo, soldi e giri. Ci riescono? Arriviamo al punto.

Ieri, assieme a me, c’era un piccolo gruppo di disagiati di varia natura. Abbiamo aspettato per più di due ore che si liberasse la camera verde, ossia quella parte del pronto soccorso destinata ai codici verdi, cioè ai malati meno urgenti. Non è entrato nessuno. Nessun medico però valutava il grado di urgenza all’accettazione. Vale a dire che se qualcuna delle persone  che erano con me avesse avuto qualcosa di grave ma non apparente, probabilmente non sarebbe sopravvissuta alla mattina. Perché come me tutti alla fine si sono arresi e se ne sono andati.

Voglio morire nel mio letto, come dicevano i nonni di una volta (almeno credo, io di nonni non ne ho conosciuti, la parte maschile della mia famiglia sia paterna che materna è stata davvero poco longeva), così ho pensato io scappando da quel desolante paesaggio metafisico dell’estate nell’ospedale del quartiere. Voglio morire nel mio letto ma prima voglio bermi una Ceres e mangiare una pizza, a dire il vero.

Sono tornata a casa pensando a quella gestante appena morta assieme al suo bambino. Trascinata da un ospedale all’altro, in giro per la SIcilia. Mi son detta sono fortunata. Gli ospedali italiani conservano solo lo scheletro di una sanità pubblica che fu.

Fuoritema Eur: A proposito dell’Eur, permettetemi un peniserino poetico-architettonico: la nuvola di Fuksas è una cagata pazzesca

Diario quasi napoletano (il giorno prima della felicità)

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Dio, quanto mi piace la città d’estate. Non è mica vero che nessuno parte. Partono, già partono dalla metà del mese di luglio. E alcuni, invece, restano chiusi nelle loro case a boccheggiare sbracati sui davani, davanti ai loro televisori a schermo piatto. O poi ci sono quelli che lavorano, come me, ma sono un numero sostenibile di persone in movimento. Mi piace da impazzire il senso di vuoto, la sospensione innaturale, le zone d’ombra dove si cerca rifugio dal sole.  E mi piacciono i silenzi.  Quei silenzi che somigliano a me, alle persone sole. O le confidenze degli estranei, quelli che ti raccontano le cose seduti al bar per uno strano senso di complicità tra gente che rimane. Oggi ho trovato un punto strategico, uno di quei buchi rettangolari tra palazzi squadrati, quelli dove un tempo si affacciavano le cucine, chissà se ancora è così, oasi ventilate,  se ci riesco stasera vi mostro la fotografia, una roba stupenda, quelle botte di culo che ogni tanto mi capitano, in cui mi sembro davvero bellissima.

O poi stasera. Potrei fare un sacco di cose: andare a cena con un’amica al Pigneto, passare a bere qualcosa da un amico, telefonare al percussionista brasiliano che mi sta tampinando, potrei fermarmi a salutare Cate e tante altre cose ma non ho ancora voglia di fare niente. Forse passo nell’ultima ora utile tra i negozi a cercare le famose scarpe, di cui già vi ho parlato. Forse prendo al volo qualcosa di buono da mangiare e da bere e mi chiudo in casa. Libera dai rumori familiari, libera dal frigorifero pieno, libera da tutto quello che di utile e caldo può contenere una casa. E’ estate. Niente è come sarebbe in altri mesi.

Forse faccio un brindisi anche io a questa estate, prima del trasloco.

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale, cucina, albergo, radio, fonderia, in mare, su un aereo, in autostrada, a chi scavalca questa notte senza un saluto, bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta, a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta, a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando, a chi non è invitato in nessun posto, allo straniero che impara l’italiano, a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango, a chi si è alzato per cedere il posto, a chi non si può alzare, a chi arrossisce, a chi legge Dickens, a chi piange al cinema, a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio, a chi ha perduto tutto e ricomincia, all’astemio che fa uno sforzo di condivisione, a chi è nessuno per la persona amata, a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe, a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia, a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo, a chi restituisce da quello che ha avuto, a chi non capisce le barzellette, all’ultimo insulto che sia l’ultimo, ai pareggi, alle ics della schedina, a chi fa un passo avanti e così disfa la riga, a chi vuol farlo e poi non ce la fa, infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera e tra questi non ha trovato il suo.