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Lunedì

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E’ l’una e qualcosa e incontro Marco, un mio amico, dall’arabo a piazza Bellini. Di corsa, chiedendo informazioni per questo progetto che vai a capire se arriverà mai a un traguardo.  Marco è dolce, camminiamo e parliamo, quasi ininterrottamente da quasi vent’anni, ormai. A volte quando vivevo a Roma e capitavo a Napoli e ci incontravamo mi sentivo quasi come non avessi mai lasciato la città. A lui piace di me, credo, il ricordo di una fanciulla confusa e alquanto alternativa. Lo incuriosisce ancora quella Laura lì, lo so. A me di lui piace questo instancabile chiacchierare, camminare, correre parlando di ragazze e di libri. Lui insegna all’Università. E’ un ragazzo di cinquantaquattro anni. Diventerà molto vecchio, immagino, un giorno, senza essere mai diventato adulto. Comunque tempo di scambiare qualche informazione e scappo via. Mi viene fame, mi sono accorta di non aver mangiato nulla. Decido di passare per Forcella. A prendere una pizza fritta al volo, in una delle migliore pizzerie della città. Bang Bang. La strada è chiusa. II sangue a terra. Davanti al bar di fronte alla scuola che ha scelto il nome di Annalisa Durante. Il nome di Annalisa Durante è lì, come uno schiaffo alla vita reale di Forcella, che è la stessa identica di quando lei è stata uccisa. In fondo, anche io, oggi forse sono viva per caso, potevo passare di lì prima e beccarmi qualche pallottola destinata a gambizzare il padre di Genny La Carogna. Genny la Carogna, sì, quello di cui avete sentito parlare qualche mese fa, per i fatti legati alla tifoseria del Napoli e della morte di quel ragazzo a Roma, Ciro Esposito. Il padre del mediatore Genny la Carogna è stato gambizzato per una storia di controllo del territorio. Torno in ufficio. Poi a casa. Poi stasera esco: vado a cenare carne a Vico Lungo Gelso. Chissà cosa mi succede. Cazzo, è solo un lunedì.

Antagonismi militanti (diario napoletano)

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Premessa numero uno:  voglio bene e stimo Amleto de Silva,  in arte Amlo, e lo ringrazio, come ogni lettore a scrocco dovrebbe, nell’era del 2.0, per le grandi risate e per le riflessioni che con lui ho condiviso in quasi cinque anni di amicizia virtuale.

Premessa numero due: Daniele Sepe non lo sopporto.

 

La prima volta che ho ascoltato un concerto di Daniele Sepe ero poco più di una giovane turista a Napoli (molto più giovane di quella che vedete in foto a piazza San Domenico). Mi ero trasferita in questa città da poco e mi portarono in un luogo che mi sembrò incantato, proprio a pochi passi da questa piazza San Domenico e dalla libreria in cui sono andata a salutare Amleto, l’altro giorno. Un posto  che si chiamava Riot. Un locale aperto su un terrazzo-giardino-frutteto maiolicato in uno dei palazzi più antichi e suggestivi del centro storico, Palazzo Marigliano. Daniele Sepe era un musicista filosofo, almeno così mi sembrava, perché pur non capendo allora come adesso un cazzo e anche meno di musica, quello che mi misi ad ascoltare mi sembrava qualcosa di infinitamente superiore alla merda quotidiana che all’epoca ballavo o ascoltavo. Filosofo Daniele lo sembrava anche nell’aspetto, delicato eppure già marcatamente austero.

Poi mi è capitato di intercettarlo altre volte. Il circuito metropolitano musicale di Napoli è noto a molti. Un tempo poi gironzolavo più di oggi.

L’ho rivisto non a suonare ma a conversare con Amleto proprio sabato. Ora, voi dovete capire che in certe stituazioni  provo ad applicare un’intelligenza affettiva alle cose. L’affetto è frutto di una malinconia esistenziale, perchè stiamo diventando tutti vecchi (senza essere adulti) e alcuni di noi stanno diventando vecchi e ‘ncazzati,  e questo un po’ mi dispiace.

Amleto e Daniele hanno qualcosa in comune. Qualcosa che oggettivamente li rende complici: sono due antagonisti militanti praticanti. Due artisti, il primo della scrittura  il secondo della musica, che condividono una visione radicalmente critica della società e della vita culturale di questo Paese. Però Amleto è una persona migliore, perché ha il dono dell’umorismo. E’ così perché Amleto è Amlo, cioè è uno che per quanto sia incazzato è umorista. L’umorismo è quella cosa che ti impedisce  di arrabbiarti veramente nelle questioni intellettuali o umane anche più scabrose. E’ quella cosa cioè che ti permette di guardarti mentre stai pensando e soppesando qualcosa, o anche mentre la stai dicendo. L’umorismo è anarchico per vocazione e si prende gioco anche di noi. Permette sempre una lettura doppia e inversa che è quella del lasciateci divertire, o se volete della più rivoluzionaria delle vocazioni politiche: il diritto alla felicità o anche semplicemente alla risata. Daniele Sepe invece è un incazzato in purezza, un sarcastico senza ironia, un arrabbiato senza empatia e anche, lasciatemelo dire, un maschilista di merda. Ora come e perchè quel filosofo della musica e della bellezza sia diventato questa roba qui, non lo so. La vita ha fatto male anche a me, ma per quanto ruvida non credo di essere diventata così stupida. Daniele Sepe è un cretino perché pensa di essere migliore degli altri. Ed è talmente carico di questo narcisismo politico da veterocomunista che gioca la partita del ribaltamento sociale e criminale: meglio i pezzi di merda ignoranti degli ultrà che i borghesi della socialdemocrazia. Io alle persone come Daniele Sepe le metterei per una decina di anni in un paese in cui esista solo la violenza. In cui la violenza sia l’unico strumento di controllo e di potere.  Io uno che dice che Gennaro De Tommaso, detto Genny ‘a carogna, figlio di Ciccione De Tommaso, affiliato,  è nu’ brav’ uaglione che mi offre sempre da bere a piazza Belllni, beh io lo metterei in un bel po’ di tempo in un posto del genere.