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L’importante non è ciò che hanno fatto di noi, ma ciò che facciamo noi stessi di ciò che hanno fatto di noi

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vinicio

Sono riuscita a intervistare Peppe Servillo, un artista che ho sempre amato e sabato andrò a Calitri, un paese di cui già da qualche anno sento parlare, in cui Vinicio Capossela tiene un festival, Lo Sponz Fest, una festa come sposalizio che vuole nutrire e nutrirsi delle radici contadine della terra irpina.

La musica non è mai stata il mio specifico, ma sono dell’idea che oggi ogni cantante o autore musicale sia molto di più di un semplice frequentatore di un campo, un artista- se è un vero artista- è un portatore sano di sensibilità, un interprete e anche un profeta di un’idea sensibile e alternativa dell’esistenza. In fondo, in questi anni, ho avuto la fortuna di condividere diverse esperienze in questo campo e credo di poter esprimere anche direttamente le mie curiosità, o anche le mie riserve.

Condivido questa parte della mia vita creativa con la migliore amica, Lucilla, che da settembre farà partire il suo progetto, “Identità Insorgenti”, una testata giornalistica online che per lei è frutto di una scelta matura rispetto a tutto quello in cui ha creduto e vissuto in questi anni napoletani. Per quanto mi riguarda ho libertà assoluta di muovermi su idee, tematiche  e interessi.

E’ un modo di mettermi in gioco, allargare i miei orizzonti di senso e scrittura una volta ancora, un’esperienza che cammina insieme a questo blog (nome omen da La Sposa o lo Sponz Fest) e al progetto della mia SEO Imma, mine vaganti.

Ricomincio da tre, come qualcuno che conosciamo bene che l’importante non è ciò che hanno fatto di noi, ma ciò che facciamo noi stessi di ciò che hanno fatto di noi come disse Sartre.

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Siamo qualcosa che non resta

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io

Proviamo a scompigliare un po’ le carte. A fare disordine. Perché il blog è esercizio quotidiano, pressoché inutile, in cui ognuno prova e esser se stesso e che spesso porta a farti temere dalle persone, e che di certo non facilita la socializzazione, ma che per taluni, me compresa, è praticamente una necessità esistenziale, come cantare per un cantante o ballare per un ballerino, etc. etc.  Comunque disordinare i pensieri o i racconti è necessario appena ti allontani qualche giorno, perché la pagina bianca, così come la vediamo noi nel backoffice, può essere anche inquietante del tipo e mo’ da dove comincio. Inizio dall’Albergo Miramare di Positano. Mica per niente, ma perché nei giorni del pistrice positanese chiamiamoli così, per distinguerci, ho pensato che se fossi un albergo probabilmente somiglierei a questo. Tipo non un blocco unico, per quanto bello o brutto possa essere, nelle milioni di casistiche probabili, ma una serie di piccoli appartamenti nascosti tra le rudi e pittoresche scalinatelle del borgo arrampicato sulla collina rocciosa. Ecco sì, in fondo la mia storia o anche la mia stessa personalità è composta da una serie di esistenze ed esperienze autonome che insieme fanno un percorso, ma non diretto e mai scontato.

Detto questo ho trascorso dei giorni di grande piacere, di relax e di bellezza. Quanto stia diventando importante per me questa armonia è difficile da spiegare. E’ come un orizzonte quasi raggiunto,  una consapevolezza della caducità, qualcosa che non è crepuscolare ma vive di una maggiore maturità rispetto al passato. Insomma poi Positano è uno di quei posti in cui ci capiti, lo ami e non te lo poni nemmeno come tappa di ritorno, per cui quando ti capita di tornarci ti viene da riflettere su quanto sia importante saper cogliere certi piaceri fino in fondo, succhiando tutto quello che hanno da offrirti. Passerà un mese, un anno, dieci  o persino venti come è capitato a me, ma in fondo conta poco, conta esserci mentre ci sei.

O poi, che dirvi, a Napoli in questi giorni abbiamo ricordato Massimo Troisi. Io c’ero dove lo ricordavano anche bene . Era di certo importante per me esserci.

Ciao Massimo

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Porca miseria,  si è già fatto il 4 giugno e io ancora non ho fatto niente casa e scuola per Sofia, intendo.

A poi Massimo volevo sapere da te una cosa, me la sono sempre chiesta, ma tu come ci stavi a Roma? E se non ti fosse successa quella brutta cosa saresti tornato mai a Napoli?  E sì lo so che te la spassavi ai Parioli, ma parliamoci chiaro, davvero saresti rimasto qui per sempre? Cosa sarebbe rimasto di te, della tua vena più autentica lontano dalla nostra città ? E’ una domanda a cui non possiamo rispondere, potresti anche dirmi che tornare indietro è sempre un errore, ma come la mettiamo con tutta quella malinconia? Lo so, non stavi bene, la depressione nasceva anche dalla paura e noi non siamo mai stati veri emigranti, noi volevamo fare esperienze diverse. Eppure io torno a Napoli anche per ritrovare te,  che sei una delle parti migliori anche di me, la parte divertente,  una parte tenera,  anche se sempre sul filo del più ingiustificabile vittimismo, la parte irriverente verso una serie di luoghi comuni a cui ancora adesso non ci è dato di sfuggire. Ma torno anche perché essere diversi non vuol dire essere altro. Vuol dire essere quello malgrado le differenze. E io mi sento napoletana anche grazie a te, volevo dirtelo. Adesso vado di corsa.

Un bacio, ti saluto, ti porto sempre con me, come tanti, come quelli come noi.

Laura

(Massimo Troisi, San Giorgio a Cremano, 19 febbraio 1953 – Roma, 4 giugno 1994)