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Della veglia funebre cantata 2.0 ovvero del culto napoletano dei morti

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10419453_10205774915556190_9138799746259014032_n(Pavone, Catacombe di San Gennaro)

Premetto che se avessi potuto non sarei andata neanche al funerale di mio padre. Lo dico perché è un evento recente, e a questo punto potrei leggittimamente datarlo, nel calendario dei morti della mia terra, a circa un anno prima della morte di Pino Daniele.

Non amo i funerali e il culto dei morti non mi appartiene. Non credo nemmeno che mio padre dovesse essere seppellito qui a Napoli, in quanto napoletano, se avessi avuto la possibilità lo avrei fatto portare a Scario, uno dei posti dell’anima di papà.

Per cui ho riflettuto molto in questi giorni sulla polemica che ha riguardato il funerale di un uomo illustre, cercando di capire quanto giusta sia la volontà della famiglia (di parte della famiglia) rispetto alle aspettattive di un popolo che ha bisogno più che mai di identificarsi in una immagine sacra, in un’anima artistica e creativa, in un personaggio illustre al di sopra di ogni sospetto o illegittimità.

Quello che ho visto ieri, dalle immagini, di piazza Plescibito è la risposta che cercavo. Quella coscienza sopita della più antica delle nostre dimensioni collettive, il culto dei morti, quello stesso culto che ci fa vivere con testimonianze artistiche sul limite della suggestione del passaggio tra la vita e la morte, quel cristo velato, quelle opere scultoree o pittoriche del memento  mori, o come suggerivano Troisi e Benigni (prima della conversione), ricordati che devi morire.

La morte di un illuste da lustro alla città. Lo sanno bene anche i londinesi, che ci hanno fatto due palle esagerate con la loro principessa sfortunata.  E’ stata una veglia funebre quella di Napoli per Pino Daniele, ieri sera, su cui i sociologi potranno sbizzarirsi,  perché come scriveva bene Tommasi di Lampedusa, qui al Sud, tutto cambia per non cambiare nulla. Una veglia funebre cantata 2.0..Un coro, una canto senza corpo. Pura rappresentazione.  E’ solo l’inizio della fine.

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Nota a margine sulle note di Pino Daniele

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Non sai( già) quanto mi manchi

Non aveva più un cazzo da dire Pino Daniele. Lo sappiamo tutti. Facciamo finta di scordarcelo, facevamo finta, perché Pino era uno di noi. Non aveva più un cazzo da cantare. Il suo pop era diventato banale, la sua melodia compiaciuta, la sua aria da fighetto sfigato. Ma era rimasto con noi. Se esistesse davvero dio direbbe a un certo punto ne dovevo scegliere uno e tra Massimo e Pino ho scelto Pino, vi ho lasciato lui, fragile come Troisi, certo, ma con quella musica che è ribelle e che vi continuerà a cantare, a suonare, dentro e fuori i vostri ricordi, la vostra vita per rammentarvi quello che siete stati: diversi, antagonistici, strafottenti verso la vostra melodia, verso la peggiore retorica della vostra terra, verso quel melenso luogocomune in cui avete deciso di far affondare la vostra città, la vostra cultura, voi stessi. Ci sarà chi, passo dopo passo, vi condurrà dentro il suo canzoniere per raccontarvi quanto sia stata profonda la sensibilità di questo narratore dell’animo e dell’antropologia dei sentimenti di Napoli. Qualcuno vi dirà anche quanto poco scontato sia stato quel sound a partire dagli ’70, dai primi concerti che risvegliarono in molti la curiosità per una città che molti allora come oggi davano già per morta. La verità è che avere uno come Pino Daniele alle spalle ci ha reso orgogliosi di essere popolo. Un’ultima volta.

Tribute

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E’ il sapore di certe giornate, il sole che scoppia di colori nel freddo  o forse sei tu che ti sei appena fatta una doccia bollente e ti senti da dio, sei ancora una donna bella e sei forte, più forte di ieri. E allora sorridi allo specchio guardandoti i baffi del cappuccino e sottovoce stoni una cosa volgare di quelle che qualcuno sa cosa significa. Ma che me ne fotte.