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Ossessione Vesevo (diario napoletano)

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«C’è una linea che congiunge Napoli e New York, quella che sull’atlante segna la latitudine, ma ben al di là di questa collocazione geografica, di questa liaison imaginaire, esiste soprattutto il filo di una stretta somiglianza, di una reale affinità… Città che vivono giorno per giorno una vita frammentaria, tumultuosa, no-stop ventiquattro ore su ventiquattro, sempre al limite dell’ apocalisse…»

Andy Warhol

Corsi e ricorsi come cicli di ossessioni. Mi è tornata l’ossessione dell’eruzione del Vesuvio.

Ricordo che da bambina, dopo il tremendo terremoto che colpì  Napoli e la Campania, cominciò a insinuarsi in me come un tarlo questo pensiero ricorrente. Sapevo tutto. Del vulcano, delle eruzione, del magma, delle polveri incandescenti, degli eventuali, disperati piani di evacuazione. Tutto. Avevo anche un piano tutto personale.  E siccome in quel periodo i miei genitori avevano scelto di vivere in una villetta proprio sotto il vulcano, in uno di quei paesini vesuviani assolutamente a rischio, stavo malissimo. La notte ricominciai a dormire nel lettone con loro. Insomma uno strazio. Finchè mio padre, per benaltre ragioni decise che ci saremmo trasferiti a Roma. La mia prima volta a Roma. A Roma ero contentissima, come ogni volta che da Napoli si partiva per andare a trovare amici fuori città, dicevo tra me e me dai, erutta adesso che non ci sono. Lo raccontavo anche a mia madre che mi rispondeva e le persone a cui vogliamo bene, i nostri parenti, gli amici? Sticazzi, il mio mondo era nella macchina che ci portava lontano dal rischio. Io, mamma e papà.

Perché sono tornata? A volte credo- quando sono molto in vena – per compiere il mio destino tragico. Come una pompeiana qualunque. Oggi è come allora, solo su più vasta scala. Nel caso di eruzione pliniana, me lo ripeto sempre, siamo fottuti tutti, anche noi della città, noi di Chiaia.Sarà tutto nero. e ci saranno lapilli, terremoti e chissà che altro.  E siccome una ossessione è una ossessione, l’eruzione è diventata di nuovo un pensiero distratto ma sempre presente. Penso come allora, magari erutta mentre io e Sofia siamo in vacanza. E poi penso a me bambina e alla meschinità della natura umana. Penso che quelli che vigilano sullo stato di attività del vulcano saranno i primi a scappare, e non lo diranno quasi a nessuno. Quelli informati pure staranno zitti. Perché allertare la città sarebbe il caos, un caos senza precedenti. Una tragedia nella tragedia. Questo è quanto. Se una cosa diventa un’ossessione meglio la catarsi della scrittura. Aiuta a sentirsi sufficientemente ridicoli e a non prendersi sul serio.