Note a margine su Raffaele La Capria: suoni e parole

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46153735_258839184779428_432205711502475264_nLa vita è ciò che accade mentre ci occupiamo di altro

 

Se dovessi paragonare Raffaele La Capria a una musica non avrei dubbi: lo scrittore napoletano che più ho amato nella mia vita di lettrice è il Roberto Murolo della cultura letteraria napoletana. Come Murolo accusato di essere elitario, nel suo modo raffinato e sottile, lirico e stringato, di raccontare la nostra vita, la nostra cultura e la natura introversa della esuberante vitalità della nostra città. Azzardo l’ossimoro, mi scuserete, perché in fondo, lo sappiamo tutti il Sud è terra di contrasti, profonda ombra di tenebra nell’abbagliante giornata di sole. La bella giornata, eccoci qui, quella dolce di Napoli però, non quella aspra, soffocante della Sicilia,  quella simile a quella di ieri, sospesa tra una primavera già consumata e un autunno che stenta a diventare credibile, quella bella giornata che qui a Napoli non conosce anni o stagioni, che ti ruba l’attenzione in ogni momento, e che sospende per sempre il senso del passato o di futuro. Nella bella giornata lacapriana ho incontrato questo anziano signore, nel palazzo in cui è stato ragazzo e in cui è ancora  ragazzo, al punto di intonare, davanti a tutti gli ospiti,  la sua dolce canzone, Palomma ‘e Notte.

La natura e la storia, a Donn’Anna, come d’incanto, nel tempo non finito dell’architettura del Palazzo,  sfumano in un indefinito istante, quel fottuto istante  che è l’unica forma in cui riusciamo a essere felici, a essere vivi.

La vita è ciò che accade mentre ci occupiamo di altro. Raffaele La Capria è il suono di Napoli, non di una sola Napoli, come ha raccontato bene Alessio Forgione, nel suo romanzo Napoli mon amour, proprio ispirato da La Capria. Napoli è per tutti noi l’occasione mancata, la seduzione permanente di una bellezza raffinata e decadente. Napoli è la paralisi: feriti a morte.

 

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Dell’età della clessidra

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ioooDice “Laura, ci pensi, sono praticamente tent’anni che ci conosciamo“. Vorrei rispondere che no, non è vero, sono trent’anni che ogni tanto ti ricordi che esisto, chissà per quale tuo vuoto esistenziale, tristezza o non so cosa, e allora mi contatti e pensi di poter godere della mia intimità in chissà quale ovvia forma. E pensare che pure per te ho litigato, forse una delle ultime volte in cui mi sono esposta, con una stronza di tua amica che diceva di non aver mai sentito parlare di me.

Sono stufa. Di te e di tutti quanti. Fra qualche giorno compio quarantesette anni e sento di non averne più per nessuno. Eppure sono stata una passionale, poetica, intensa donna innamorata. Una romantica signora inglese, dice uno che sa prendermi in giro bene, Non una, ma più volte.  E ora niente, Sarà a causa della clessidra. Credo sia un po’ così: a un certo punto c’è l’età dell’orologio biologico, quello in cui cioè noi donne decidiamo o cerchiamo di creare le condizioni ideali per fare figli e poi, prima che te l’aspetti, senza grandi premesse psicologiche (che tanto chi se ne fotte di noi quasi cinquantenni), ci sta il tempo della clessidra. Oddio, poi,  non so quanto sia diffuso, ma per me questo tempo è vero quanto l’orologio.  Il tempo della clessidra è quello in cui ti domandi quanto tempo utile hai ancora per fare tutto quello che hai sempre amato fare, quanto prima di non essere troppo vecchia o, e purtroppo capita ormai sempre più di frequente, di morire direttamente per qualche incognita malattia. Quanto tempo hai per queste cose e quanto poco ne hai per gli uomini, per le crisi sentimentali, per le bugie, per le effimere fiammate e anche per le scopate a freddo che poi a freddo non sono mai.  Sono in uno stato d’animo di sticazzismo senza pari, una cosa che mi rende non spietata (quello ci nasci )ma vagamente irriverente. Per cui non mi tocca più alcuna pretestuosa malinconia. Che anzi se mi metto veramente a analizzare le puttanate che dicono i maschi,  e questa è solo una, come l’uomo in questione è solo uno dei campioni di stronzaggine accumulati negli anni come abiti nell’armadio, mi domando come abbia fatto in passato a cascare in questi tranelli affettivi.

Insomma fra qualche giorno compio gli anni (che poi sono ventinove che conosco questo poveraccio che è finito nel mio post, sono solo ventinove) e la clessidra dice che non ho più voglia di perdere tempo appresso a te, a lui, all’altro, a voi uomini, in generale,  non molta.

Ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra

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malinconia

Questo ottimismo da inizio anno scolastico lo sopporto sempre meno. Odio le facce sorridenti delle mamme fuori scuola a inizio anno, già me le immagino, l’abbrivio di queste false partenze sempre più scontate, e dietro l’angolo l’ansia dell’abbandono, le rughe, il Natale e poi un altro inverno lunghissimo. E i nostri figli già tra un anno non ci sopporteranno più, se non già ora.

Chiamala se vuoi malinconia di un’estate buttata nel cesso a inseguire il fantasma di un sogno già morto. E mamma che non sta bene, io che sono stanca.

E’ vero che non ci capiamo
che non parliamo mai
in due la stessa lingua,
e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero
che abbiamo tanto da fare
e che non facciamo mai niente.

Ciao Lolli, che noia la borghesia